26.3.14

Ultimo

Ho aperto questo blog nel 2009. 
Ho nascosto questo blog nel 2013.
Oggi, marzo 2014 chiudo il blog.

Questo blog è stato un progetto per accompagnare la prima infanzia dei bambini a me affidati dalla vita, affiancandomi ad alcune persone - che in questi anni hanno scritto di sé e delle proprie storie.
Negli anni, ho compreso che alcune di quelle persone hanno tradito la mia fiducia o semplicemente le mie attese. Probabilmente, ho frainteso il loro modo di porsi con il loro modo di essere.

In principio, in queste pagine ragionavo sui miei vissuti non tanto per me quanto per provare a ricavarne patterns e schemi in qualche modo utili e condivisibili con altri.
Oggi, questo riesco a farlo meglio su genitoricrescono, forse perché è una voce collettiva.
Con il tempo, ho anche compreso che per altri, leggere queste pagine portava a fraintendimenti su me e su quello che di me voglio condividere. 

Quindi, è l'ora di chiudere. Ho conservato altrove le note e le osservazioni preziose che mi sono state fatte personalmente su queste pagine. Lascio qualche post che mi sembra conservare ancora qualche pubblica utilità.

Verrà il tempo per nuovi progetti, forse.
Oggi, è il tempo dell'ultimo giro.

L'importante è credere di stare andando lontano 

l'importante è credere di andare restando 

10.6.13

Scrivere. M'è diventato impossibile

"Il momento in cui sentiamo il desiderio di raccontarci è segno inequivocabile di una nuova tappa della nostra maturità. E' la comparsa di un bisogno che cerca di farsi spazio, tra gli altri pensieri, che cerca di rubare un po' di tempo per occuparsi di se stessi." (Duccio Demetrio. Raccontarsi)

Caro Duccio, che mi fai compagnia da quattro anni ormai, vorrei dirti che vorrei fosse così semplice.

Il bisogno, di raccontare come modo per mettere in ordine gli avvenimenti, i cambiamenti, c'è sempre.
La Principessa e il Marines lievitano, galoppano via. Come aquiloni che tirano il mio filo, alla ricerca del cielo guidati dal vento della loro crescita. 

Il condividere, il raccontare, però, è diventato delicato: non sempre ciò che nasce per essere condiviso può essere trasposto. Non sempre ciò che nasce per essere condiviso riesce a collocarsi in un mondo dove si seguono logiche che non comprendo, ma che non per questo sono meno legittimate a esistere.
L'ascolto è un'arte, ma non un'arte universale. Raccontare prevede la disponibilità ad essere quanto meno fraintesi.
Io stessa, poi, ho compreso la necessità di essere giudiziosa nella scelta di ciò che viene condiviso.

Quindi la necessità, il bisogno di raccontare mi richiede in questo momento un tempo silenzioso di maturazione, di cernita, di analisi di ciò che racconterei. Un tempo di protezione. Un tempo lungo che non ho, neanche a volermelo rubare.
E' già rapito, il mio tempo: dai richiami dei cuccioli ("mamma giochi, ma senza telefono!" - il marines) dalle scadenze del lavoro (che già buono che c'è), dalle esigenze di casa, dai mille tetris e dai mille multitasking (sono arrivata a disattivare le funzioni del blackberry per riuscire a dare il giro).
Talvolta per finire qualcosa lentamente osservo il giorno diventare un altro giorno, risicando le ore di sonno e attraversando momenti che difficilmente possono essere condivisi né tanto meno comunicati a meno di rischiare di svilirli.

Non è ancora il momento di chiudere. E non metto in pausa perché cosa sia la pausa non so.
Accetto questi tempi lunghi.
Prima o poi troverò forma, tempi e modi per tornare a scrivere.



15.4.13

Ascoltare le emozioni


Si è riaperto un nuovo ciclo su GenitoriCrescono, una nuova rubrica affidata (a loro rischio e pericolo) a me. Si chiama Emozioni in movimento. Per ora sto parlando della paura (di avere una figlia femmina, di essere incinta, di essere in una data genealogia), che ho sviscerato qui, qui e qui. E ho almeno altri due o tre timori da analizzare (seghe mentali come dice il background o gruppo di redazione di genitoricrescono).

Quindi non è proprio che non scrivo più o che passo tutto il mio tempo sui socialcosi. In realtà faccio anche un po' di cose esterne ai social, magari un giorno ne parlo anche più diffusamente.

E' che per ascoltare le emozioni - dei micros in prima battuta, e mie e delle situazioni in genere (nella rubrica non parlo solo di me, ci mancherebbe, altrimenti sarebbero già venuti ad internarmi!) - spendo quasi tutte le energie che mi restano da un periodo (va da sé, è la vita) veloce, denso e attivo.

Quel pizzico che mi resta (sottratto periodo, sottratto l'ascolto delle emozioni) lo tengo per me. Anzi, per the voice, come descrive bene questa vignetta che mi ha trovato.




16.9.12

Buon Rosh Hashanah e l'inserimento alla scuola dell'infanzia

No, non sono praticante di religione ebraica e no, non so fare i titoli per seo o similia. Ma ricordo con piacere gli auguri di inizio autunno di uno dei (faticosi) inizi d'autunno scorsi fatti dall'amica F. e mi sembra - quello del Rosh Hashanah - un buon augurio da tenersi stretto al cuore mentre le giornate si accorciano.

Ci si è messo anche l'Oroscopo di Internazionale a ricordarmelo ("Anche se non sei ebreo, Scorpione, stai entrando in una fase astrologica in cui sarebbe fantastico se ti facessi un esame di coscienza."). (Ah, no, non sono neanche scorpione e, no, questo post non intende neppure essere un esame di coscienza... ok, abbattetemi).

Insomma, siamo arrivati (mercoledì scorso) all'inserimento alla scuola dell'infanzia e per quanto io faccia finta di niente (o possa dirvi di aver scritto a tre mani un post sull'inserimento su GC), è comunque una bella tappa per laPulce (e per me).
"Andare alla scuola materna è la prima e più importante opportunità del bambino per imparare ad adattarsi al mondo esterno. Il bambino riuscirà ad imparare ad essere parte di un gruppo, a interpretare i segnali sociali, a conformarsi alle aspettative e alle regole degli aduli, a imparare le abitudini sociali dei bambini della sua stessa età e a sviluppare uno stile personale per fare nuovi amici e mantenerli. Le abilità specifiche e le acquisizioni accademiche avverrano in un secondo tempo. Ciò che il bambino impara sulla gestione di sé all'interno di un gruppo e sul fare fronte e gestire nuove situazioni durerà per sempre."
T. Berry Brazelton . il bambino da 0 a 3 anni.
E' evidentemente tempo: per quanto amata la tata e le sue coccole, per quanto invidiabile il tetris costruito (metà giornata con fratello dalla tata, metà giornata a casa, praticamente ormai sempre con mamma o papà), ha bisogno di nuovi stimoli, di nuovi ritmi, di ascolto non più totale e di prove.

Si è preparata (con noi): ha visitato la struttura, conosciuto le maestre, parlato con noi. Si è tolta il pannolino di notte (yawwnnnnn O.o - d'altra parte era una tappa "da bimbi grandi" ... per questo è da tre mesi che non lo vuole più...) e persino il ciuccio notturno ormai da più di sei mesi.
Osserva con avida curiosità le bambine più grandi al parco ...

Da parte nostra, siamo pronti e attrezzati alle burrasche di ritorno ("Il periodo di adattamento alla scuola può essere burrascoso. [...] Cercate di rendere la casa un'accogliente oasi di sicurezza e calore. Lasciate che il bambino si sfoghi a casa per bilanciare la pressione scolastica").

Da parte mia, ho sancito l'attrezzatura recuperando arti antiche per ricamarle il nome su tutto il corredo (scordiamoci di rifarlo per il matrimonio, eh?!) ma per quanto belle siano le cose che ho preparato per lei non saranno mai belle come le avventure che vivrà in questo suo percorso solitario o come gli amici che si farà né potranno proteggerla dalle amicizie che gli altri le negheranno o dalle delusioni che inevitabilmente avrà ("c’è un rischio da assumere nell’atto del donare, ma questo rischio è assolutamente necessario per negare l’uomo autosufficiente, l’uomo autarchico" (La Stampa, intervista ad Enzo Bianchi, "il vero dono non vuole la reciprocità")).

Ma d'altra parte, "Non c’è vera gioia senza gli altri" (Bianchi, cit.).

E quindi, buon inizio, buon Rosh Hashanah. Buoni primi passi "in solitaria", Pulce mia.

Io son qui, che mi attrezzo.

E per godere del lato magico della vita, stasera scrivo.
... mentre nel forno cuoce la torta colorata di Natalia (ché la magia non è mai abbastanza).




17.8.12

Di lavoro, obiettivi, Italia e pensieri (#generazioneperduta)

Questo post è stato abbozzato tanto tempo fa con uno sfogo. Volendo liberarlo quanto più possibile dai dati personali per farne un discorso generale, la riflessione su cui si basava è semplice.

Quante volte capita di vedere rifare un lavoro perché chi doveva farlo è tanto tutelato da potersi permettere di lasciarlo andare "alla deriva" (per usare un eufemismo)?
Perché accade? Perché la tutela è interpretata come potere (tanto di qui non mi muovi) e l'interesse nei confronti dell'oggetto lavorativo tralasciato.
Perché spesso per voler spaccare il capello in quattro ci si impedisce di tracciare un sereno e condiviso metro di valutazione sull'oggetto (lavorativo, professionale), e si finisce per convogliare il fattore a interpretazioni personali?

Mentre ragionavo su questi aspetti rileggo un vecchio pezzo di Domitilla Ferrari sul lavoro in cui dice con parole diverse un concetto confinante a questo su cui mi sto arrovellando io:
«Ti abbiamo dato un lavoro da fare entro un orario stabilito, se ci metti più tempo del previsto forse non è il compito adatto a te».
Il che significa anche "abbiamo chiara sia l'entità del lavoro che ti affidiamo sia le risorse che ti occorrono per farlo".
Mentre mi chiedevo che cosa significa tutto questo, è stato pubblicato il Manifesto della generazione perduta. Manifesto in cui (sarà pure retorica) si riprendono cinque concetti chiave: Rispetto, Merito, Impegno, Progetto, Fiducia.


Come molti prima di me hanno scritto, credo sia il momento di ribaltare il punto di vista, smettere di credere che l'unica verità assoluta siano le buone vecchie abitudini.
Non ci nascondiamo dietro un dito.
Non è dichiarando "perduta" la generazione che è proprio nell'età più produttiva che possiamo dare la svolta.

E' in atto un momento di crisi globale: ci arrocchiamo o lavoriamo assieme, dandoci assieme degli obiettivi, pensando a tutti, proprio tutti come delle risorse, che hanno diritto al rispetto?

Diamoci poche regole: iniziamo a dedicare energie alla fascia giovane, offrendo microcredito, affitti calmierati, possibilità di mutuo, prestiti d'onore, consulenze (togliendole magari "per legge" a chi è in pensione e ha già una pensione di 3/4 volte la minima... se vogliamo - com'è giusto - mantenere la conoscenza, invece di pagare come formatori di stagisti trentenni che lavorano aggratis questi superconsulenti in pensione perché non proponiamo ai consulenti di fare opera sociale e di offrire il loro emolumento come rimborso mensile degli stagisti?).

Sarà deformazione professionale, ma iniziamo davvero a lavorare per progetti, ossia mettendo le gambe (e i tempi e le scadenze, e conteggiando risorse, soldi, persone) ai sogni. 

Ho conosciuto chi sapeva tracciare strade nel deserto. Forse per questo, credo che tutto questo sia possibile.


15.3.12

Contenere - pensieri diffusi sulla maternità da 0 a 3 anni

E' un po' di tempo che la parola "contenere" ricorre nel mio linguaggio e nei miei pensieri (a volte è anche questione di karma..), così l'altra sera (ero particolarmente ispirata) sono andata a guardarmi il vocabolario di latino.
[Contineo: tenere insieme, mantenere unito, conservare, congiungere, contenere, racchiudere, circondare, rinchiudere, tenere fermo, trattenere, contenere, avere in sé, comprendere...].
I vocabolari hanno un fascino particolare: aprono mondi di immagini attraverso i loro elenchi.

Mi sono messa a raccogliere allora un po' di immagini del contenere relativi al percorso del materno.
Tralascio il pensiero sul contenere il desiderio del materno (prima), se non altro perché è uno di quegli argomenti che mi mettono in difficoltà e potrei non riuscire a districare il mio pensiero con la dovuta delicatezza.

In primo luogo, allora, c'è il contenere (il bambino) all'interno della pancia. Si lo so, questo evoca tantissime cose, dalle più romantiche alle più "divine" a quelle più trash. A me è venuto in mente quando avevo letto sul libro di Marilde Trinchero (La solitudine delle madri), subito dopo il passaggio sulla mamma come Demetra
"..non tutte le donne possiedono un istintivo legame con la terra e le parti più primitive, che sono l'ingrediente necessario per poter accogliere l'altro dentro di sé. Sono una percentuale sempre più esigua, in realtà."
e ancora "la accoglie [..] come lei accoglie il bambino. E accoglie le sue paure e il suo corpo che cambia insieme al lutto di quella "lei senza figli" che non ha nemmeno avuto il tempo di salutare quando Demetra si è attivata".

Con il parto la simbiosi, il contenere, apparentemente si spezza. Dico apparentemente perché in realtà i "primi" mesi sono tutti un continuo cercare equilibri (di contenimento) per consentire al bambino di staccarsi. Come mi sono già segnata qui ""A un tratto il mondo si raccoglie. Diventa più piccolo, placido e dolce. Quel guscio protettivo allontana le vaste distese vuote. Tutto si trasforma. Affiora una vaga promessa. L'altalena delle pulsazioni dolorose si attenua. Anche se sono ancora lì, in agguato, pronte a scatenarsi di nuovo. Daniel N. Stern Diario di un bambino, Da un mese a quattro anni, il mondo visto da un bambino. Milano, Mondadori, 1990 (tit. or. Diary of a Baby) il neonato ha un bisogno elevatissimo di contenimento proprio perché vive in un flusso continuo di emozioni e percezioni che non sa decodificare.

 "Per aiutarlo a conquistare serenità ed equilibrio un genitore deve fornirgli un ambiente tranquillo e privo di stimoli eccessivi [..] riconoscere che i comportamenti del loro bambino sono dovuti a un sistema nervoso immaturo e non ancora ben sviluppato può aiutare i genitori a imparare tecniche e attenzioni che possano gradualmente indurlo a sapersi calmare da solo" . Brazelton

Poi si cresce, il bambino impara finalmente che è altro da te, e, anzi, con l'età dei "No", la vita sembra diventare ancora più difficile: sembra che sfugga, al tuo abbraccio, alle regole di un minuto fa, alle cose "solite".
In realtà in quel momento è ancora più urgente mantenere un certo distacco ed essere capaci di contenere senza farsi assorbire dalle emozioni del bambino. Mi è piaciuta molto recentemente su MammaImperfetta la risposta data alla mamma di una bimba di 2 anni e 7 mesi affeta dal "e' mio".

Ma ancora più chiare mi sembrano queste parole (lo so, alla fine vi porto sempre a rileggere "I no che aiutano a crescere.")


"L'importante è non venir meno alla vostra funzione di adulto: capire il bambino e il suo stato d'animo, e al tempo stesso saper pensare cosa è meglio per entrambi. Dovete mantenere il rispetto per voi stessi e fargli capire che il vostro "no" ha una ragione. Non è sempre necessario spiegargliela; è sufficiente che sappiate quello che state facendo. [..] Se avete rispetto per voi stessi e vostro figlio, il solo fatto di cercare di migliorare le cose è utile. I bambini apprezzano profondamente le persone che si danno da fare per loro. Sanno che a volte cedere è più facile che continuare a cercare una soluzione migliore."
,,, perché è proprio questo, il punto: contieni, rifletti, ti distacchi, leggi e cerchi di lavorare per. Dimostrando empatia, ma fermezza, dando libertà ma contenendo nelle regole.

"Proprio perché il compito del genitore è anche quello di fargli conoscere e interiorizzare le regole di appartenenza alla società (guai se non lo facesse perché gli renderebbe la vita sociale molto più difficile e quindi lo proteggerebbe di meno davani alle future e inevitabili difficoltà della vita), ci saranno sati dei momenti di conflitto in cui il bambino sarà stato arrabbiato con il papà o con la mamma. Questa rabbia di solito gli suscita dei sensi di colpa ed è proprio con il loro aiuto che il bambino comincia a uscire dalla onnipotenza infantile (la fase in cui tutto il mondo è suo) e a poco a poco interiorizza il concetto della esistenza anche degli altri e delle regole di appartenenza al gruppo." (Alda Marcoli, Il bambino arrabbiato)
E nel frattempo magari tenere anche tu (certo, forse è una cosa che noti un po' di più se sei amplificata) a bada le emozioni che anche tu sperimenti, vuoi per e con i figli vuoi perché in altre faccende affacendata..

[E allora entro al furore di [re] Lear stanno anche queste emeozioni, troppo forti per essere tollerate tutte insieme. Ma sono proprio questa rabbia e questo furore che testimoniano ancora una volta la sua grandezza e la sua forza vitale "Numi, non mi togliete tanto intelletto da sopportare in pace". (sempre Alda Marcoli)]
... e allora le parole servono a dare quel contenitore alle emozioni che altrimenti strabordano e ti sovraastano come le onde di uno tsunami
...le parole per tradurre il sentimento al bambino arrabbiato che scalcia e scalcia fino a non ricordarsi più da dove nasce quella disperazione che gli rode dentro
..le parole con cui leggi e vedi che dai forma alle emozioni e alle mappe mentali dei bambini

Non mi sono mai creduta una gran madre. e neppure una che sapeva scrivere.
Però parlare si.
Parlare, lasciare che le parole fluttuassero, permeassero l'atmosfera cogliessero le emozioni.
Questa l'unica traccia costante della mia maternità da 0 a 3 anni (per ora)

... e poi ditemi che il blog è morto, nel mondo web!
non sto ovviamente parlando di successo, per un blog (come potrei, con i miei numeri?) ma del significato.
...per non scoprire in punto di morte che non si è mai vissuto.


Le parole aiutano, a volte (Marilde Trinchero, la solitudine delle madri)

2.2.12

Il mio karma (martedì scorso su GC)


Se qualcuno se lo fosse perso (ma soprattutto perché io non me lo dimentichi), ecco quel pensiero sulla storia e sul karma che girava nella mia mente da un po'...
 Ho apprezzato molto l’incipit dell’anno dato alla rubrica dalla Supermambanana: rispetto a certe conversazioni, o letture, un dubbio che è un po’ di tempo che coltivo nella mente è il perché in certi momenti alcune di queste risuonino così tanto nella nostra anima da rimbombare quasi. Cosa ci spinge non soltanto a imbatterci ma a fissarci, a rimanere e perdurare su certi argomenti, a non sfilarci?
Personalmente, ho grande fiducia nella capacità dell’individuo di crescere, da una parte, e nel fatto che giorno dopo giorno, esperienza dopo esperienza, ci sia un “qualcosa” nell’individuo (anima, ghianda, Se, chiamatelo come volete – sappiate però che è il motivo per cui siete le mamme perfette per vostro figlio, proprio così come siete) che compila la propria storia. Una storia che non è scritta prima ma dalla persona stessa e che ne rappresenta il completamento.
Una storia che, come sottolinea Supermambanana, non si esaurisce in poche righe, non può essere spiegata in poche battute.
Ma allora, mi chiedo ogni tanto, se c’è questo percorso “progressivo” (che segue, secondo logica, il criterio dell’evoluzione temporale della nostra vita), com’è che ci sono temi che tornano a farci soffire? o argomenti che credevamo risolti che improvvisamente riprendono ad apparire ad ogni angolo (vi eravate risolti il rientro al lavoro? ed ecco che improvvisamente vi ritrovate a non parlare d’altro, riaprendo ferite del vostro rientro, leggendo in un blog o nell’altro di chi è stato più fortunato o sfortunato di voi, vi trovate incastrata in un caffé tra colleghe in cui sembra non si parli d’altro…)?
Ci sono ovviamente motivi più che validi perché accada tutto ciò: l’attenzione che prestiamo ai segnali del mondo esterno viene “pilotata” dal nostro sentire.
Ma perché certi temi “ritornano”?
La risposta che mi sono data è che attorno al percorso della “storia” si muovono “a spirale” le zone del nostro essere dedicate ai “casini” aperti, semi chiusi o risolti della nostra vita (mi perdoni chi sa con esattezza parlare di karma). Appartengono a sfere, a relazioni, a modalità…
Talvolta, a me capita, che ritornino, per esempio, modalità di reazione, che utilizzavo un tempo rispetto a certi problemi e che credevo di aver risolto: nella forma di una conoscenza “reale” che si comporta in quel modo, nella ribellione di un figlio in cui rivedo uno di quei miei tratti, nella forma di un blog in cui si racconta qualcosa che mi ricorda me stessa come ero “allora”. Che non è neanche mai un “allora” puntuale, ma un allora che ha vissuto a sua volta diversi momenti e allora…
Prima di farmi prendere dallo sconforto di un eterno ritorno dei problemi, immaginare che le cose si muovano secondo la teoria di un karma che ruota attorno alla storia mi ha consentito di guardarle con più distacco (non “ecco, la solita aggressività / paura / inadeguatezza / superbia …” ma “toh, sembrerebbe simile a quell’aggressività là, ma guarda, è un po’ diversa”), una certa oggettività.
Riscoprire un po’ di ironia, nelle cose, negli atteggiamenti, anche nelle prerogative personali che mi fanno imbestialire.
Fidarmi. Che tutto passa e che in qualche modo, comunque, si cresce.
Perché è come se, ritornando, certi problemi, apparissero “sbiaditi” non perché meno importanti ma perché meno violenti, più “caratteri” invece di “problemi”. E a volte ho l’impressione che il ritornare, magari in luoghi a noi tangenti ma non del tutto “interiori” sia un bel modo di dimostrare a noi stessi che un po’ ci siamo evoluti, che pian piano stiamo davvero crescendo, assieme a noi stessi.
Come quando ti spiegano che i “terrible two” sono la prima adolescenza. E poi ci sono i 6 anni. E poi la pre-adolescenza. E poi l’adolescenza vera…. e subito sei colta dal panico. Poi pensi: va bè, ma ogni volta ne ho già fatto un pezzetto, con mio figlio, e so dove sono i grossi momenti in cui soffriamo e su cui vogliamo lavorare per restare vicini.
Allora, incontrare le nostre insicurezze nelle mamme del parco, o rivederci negli sbrocchi altrui, o sentire il fumo alla testa per una discussione tra tettalebane non significa che siamo ancora lì, bloccate dall’esclusione di un club di mamme perfette (o perfettamente stronze), dalle relazioni familiari non funzionanti, dai momenti riusciti o no dell’allattamento o nella scelta tra lavoro e casa, o che la stiamo ri-ri-rimettendo in discussione, ma che – laddove i temi sono complessi, ricchi di agganci con chi siamo e dove andiamo, carichi di pezzi della nostra storia – una decisione, spesso, non basta. Va rinegoziata più volte, soprattutto con noi stesse, senza, magari, poter mai arrivare alla “soluzione” ma facendoci di volta in volta riscoprire pezzi di noi che potremmo perdere (nel buio o nella luce) se decidessimo di giudicare le decisioni (nostre e altrui) solo in maniera manichea.
Grazie al cielo, siamo tutti più ricchi di colori. E abbiamo bisogno di raccontarci non “una storia” ma La nostra storia, con tutte le sue caratteristiche, in maniera approfondita.
E abbiamo tutto il diritto di crescere anche tornando sui nostri errori (persino nel momento in cui ci vengono gettati in faccia dalle critiche altrui o da chi li sta commettendo alla stessa maniera).
Perché in questi incontri “karmatici” siamo noi stesse, chiamate a fare pace con le nostre peculiarità, non a risolvere le decisioni altrui e il loro modo di porsi nel percorso storico di chi ci è di fronte.

se volete commentare, qui li chiudo, vi mando direttamente su Genitori Crescono . La storia e il karma (vita di donna o mamma)

15.12.11

Mi presento: questa sono io. Ed ecco come passare da Greek a (quasi) Geek in 10 mosse

Premessa Come dirò un giorno quando scriverò il post sul rapporto ra storia e karma non credo che le cose accadano per caso. Accadono per caso ma l'evidenza che gli diamo è parte integrante delle nostre evoluzioni e momenti di crescita.
Non è un caso che quest'estate abbia conosciuto (virtualmente) Domitilla e mi sia candidata ad un suo #garagesale (regalava un paio di sandali tacco 10: potevo rinunciare?!?). Ci siamo incontrate (alla fine) al Momcamp. Ma c'è voluto un po', perché, giustamente, non mi riconosceva (tenete conto di questa sua lectio magistralis sull'essere riconoscibili).

E così giorno dopo giorno un po' ho cercato di rispondere alla domanda che da un po' mi facevo: che problema c'è a fare risalire questo blog a chi sono?
A parte non aver voglia di riesumare (troppi) scheletri dall'armadio, un problema c'è, sicuramente: non è detto che io abbia voglia (nel caso in cui un datore di lavoro "googli" il mio nome) di essere subito (ri) conosciuta per le mie avventure familiari (altro post su vita privata / vita pubblica, qui.

E allora? Ecco, molto semplicemente chi sono e
Come passare da Greek a (quasi) Geek in 10 mosse.

1) Io, Francesca Silvia Carosio mi laureo nell'ormai lontano 2000 in Lettere Antiche (vi risparmio la tesi).

2) Messa la tesi in libreria, dò forma al mio percorso lavorativo entrando in varie forme e a vario titolo nel no profit.

3) Per attitudine organizzativa e capacità analitica mi applico alla progettazione sociale.

4) A latere di un primo post lauream, per alcuni mesi mi dedico ad un laboratorio di informatica e grafica, scoprendo che mi diverte molto (e l'esistenza del tasto destro del mouse).

5) Inizio a fare corsi e a lavorare sempre di più in tema di progettazione: sociale, europea, formativa.

6) Il computer diventa il mio migliore amico (anzi, Mozilla e Excel diventano i miei migliori amici).

7) Nasce mia figlia (2009), e io scopro nei blog delle mamme una valvola di sfogo indipensabile per il mio quotidiano.

8) Apro un blog (2009), un account twitter (2010), scrivo il CV su Linkedin (2011).

9) Googlo il mio nome e cognome e scopro che: potrei essere confusa con la mia (quasi) omonima (con cui ho pure in parte condiviso studi e università); c'è mezzo mondo di riferimenti sparsi per il web; ho sparpagliato pezzi della mia identità qua e là.

10) Mi decido: apro un collettore, ci inzacchero tutto e stavolta si, sono proprio io. Passata dall'Ancient Greek ad essere (quasi) Geek in 10 (non rapide) mosse.

Il mio collettore è qui: http://flavors.me/francescasilvia_carosio

26.11.11

un anno di te e di me (e l'istinto materno: c'è o ci fa?)

Tu: che hai fatto un anno, che vaghi per la casa come un trottolino. Tutto contento perché già cammini, già parlotti la tua lingua fatta di ta-ta-ta-ta, già sai farti capire.

Tu: che un anno fa nascevi irruente, fregandotene dei miei tempi (e anche dei tempi dell'esperienza ostetrica). Che dopo due giorni di ospedale eri bello florido e pasciuto mentre io vagavo anemica per i corridoi in cerca di un medico che avesse voglia di dimettermi.


Tu, che me le hai rese tutte "difficili": la varicella, l'intolleranza al lattosio, i mille risvegli e la fame insaziabile sempre, manco dovessi dimostrare di essere grande quanto e come la tua paziente sorella (che ha tanta tanta tanta pazienza più di te per cui non frignare come se ti avessi defraudato di chi sa che diritto).

Sai che c'è? Mi hai reso migliore.


E lo so che non me lo senti dire spesso.

Perché sono genovese inside (e quindi pago la tassa sul mugugno), perché sono analitica (un modo soft di darmi della rompi####), perché è più facile sentirsi dire da me perché stamattina avrei fatto ctrl-Z dei figli piuttosto che quanto li adori o altro ( ...magari è anche pudore dei miei sentimenti, eh, prendiamola bene! ... Però non è solo questo) (o come ha scritto Taomamma "Io, sarà che son di coccio, non ci ho ancora capito una beata mazza.").

E penso a chi mi chiede "e se l'istinto materno non ce l'ho? e se non ce la faccio? e come arrivo a fine inverno, adesso, che mi sta prosciugando? e come metto in moto anche semplicemente i cambiamenti logistici della casa? da dove parto? da dove sono partite tutte? (*)"

Amiche a cui rispondo "se ce l'ho fatta io, ce la fa chiunque".
E non è una posa, ci credo veramente.

Basta dare alle cose il nome giusto.

L'istinto.
Si, mentre vaghi per l'ospedale con il tuo pacchetto appena partorito, c'è dentro di te un bel po' di adrenalina perché (razza animale) stai facendo proseguire la specie. E si, se vuoi lo chiamiamo istinto, a proteggere.

Ma tu sei sempre tu. E anche tu devi proteggerti (e sei stanca, affaticata, hai bisogno di stare sola, della tua musica, del tuo spazio tutto per te ...). E proteggere quella "storia" di vita che avevi scritto fino a quel momento.

E allora occorre tempo. Darsi tempo. Dare tempo.
Senza paura. Con tantissima fiducia (quello che è più tremendo è che la gran parte della fiducia non va data al papà al figlio o a chissà chi, ma a noi). (come mi ha scritto Luccioleelanterne nell'ultimo post)

Noi. Che ce la facciamo.
A superare il dolore fisico.
A ritornare a casa e vedere il nostro nido un po' "diverso". Perché ora c'è "l'altro".
A fargli spazio (nella nostra casa, nel nostro corpo, nel nostro tempo di vita, fino a sentire l'asfissia, ad anelare agli spazi fuori dalla finestra, a rifugiarsi sulla rete..)
A trovare la nostra personale traduzione di che cos'è il materno.

Dopo quest'anno (difficile, in quattro, e non è un caso che arrivo a dirlo a novembre, che è da sempre il mio mese nero - per cui questo blog raggiunge vette di noia e lamento tra il 25 novembre e il 1 dicembre ...) la mia "traduzione" della domanda se ho l'istino materno è diventata la risposta a questa domanda:
cos'è che mi mancherebbe
se mi ritrovassi in un universo parallelo
in cui fossi rimasta senza di loro?
... (a parte il disordine, la stanchezza cronica, le briciole per terra, i pezzi di torta sui capelli, la colata di muco sulla giacca di pelle, le scarpe gettate per terra, il frigo vuoto e il sacco portabiancheria pieno, ....
e
questa sfida costante, quotidiana,
che non ammette pause e
mi guarda in fondo all'anima
... a mettermi in discussione
.

Perché sono in parte uguali a te
ma in parte no,
perché sono nuovi,
e non si può ragionare secondo il "ma si è sempre fatto così",
perché hanno uno sguardo nuovo anche sulle ferite che ti porti dietro da una vita e ti danno quel modo di fare così, quelle risposte così, quei mutismi così...
.. ma poi un figlio/a/i ti imita/no e se riesci a vederli con l'ironia che ci mettono loro e ti costringi a scoprire che anche quella cosa che ti fa soffrire da matti bè con loro diventa ridicola come una barzelletta, allegra come un raggio di sole, fresca come la neve.

E la storia torna ad avere forma.
Però nuova.
E, forse, davvero migliore.

In bocca al lupo e buona strada!

(*) ed è sempre valido il commento di Supermambanana: la maternità è una maratona, non per tutti ha senso scattare ed essere i primi ai primi 100 mt!

28.7.11

da Genitori Crescono : mamma di femmina, mamma di maschio ...

Ecco quello che è stato il mio contrappunto di questo mese...

.”Com’è tranquilla, è che è femmina, vedrai, se avrai un maschio quanta fatica farai a ricorrerlo …”
.. “No, non preoccuparti, le femmine sono sempre iperattive, perché sono più intelligenti dei maschi; vedrai, se avrai un maschio, come sarà tontolone …”
.. “ah, che bello, una figlia femmina, quante cose potete dividere
.. “non puoi capire, com’è speciale il rapporto della mamma con il figlio maschio...”

Se non si fosse capito, ho qualche difficoltà con i commenti altrui … soprattutto quando sono così manichei: il buono da una parte, il brutto dall’altra.
E tu, comunque, non hai mai motivo di sbuffare o essere stanca perché sei la Mamma. Ahhh

E comunque, adesso ci sono tutti e due, la femmina e il maschio.
E sapete che c’è? Sono elettrici tutti e due. Lei corre, salta, parla (come faceva fin da principio) e lui… lui bè, le va dietro. A sei mesi gattonava, a sette ha iniziato a tirarsi in piedi e a lamentarsi con vigore perché non riesce a camminare. (Perchè, come ha scritto genialmente Supermambanana qui, “Nel magico shakeraggio dei cromosomi, i difetti di supermambanana e il mister si sono distribuiti fra la prole con impressionante equità.”)

E io?
Io certo, sono la mamma. E mi sono accorta di questo. Un figlio ti costringe a ripensare tutto di te, compreso il tuo essere donna e femmina. Un figlio, sia femmina o maschio.

Perchè la femmina, cammina come te, si sposta i capelli dalla fronte, sceglie con sua cura e suo gusto i vestiti che indosserà. E poi si “innamora” del papà, che è tuo marito. E quindi ti vuole allontanare … ma poi ti vuole assomigliare ed, infine, è pur sempre la tua cucciola (e ti salta in braccio, per l’ennesima ninnananna). E tu reggi, reggi la corda elastica tra di voi, lasciando che si formi la sua autonomia di donna – e che la formi anche su di te, per uguaglianza o contrapposizione – che si allontani e si avvicini, dandole fiducia. (E al mattino, ti trucchi un po’, ti vesti un po’ meglio, magari metti un tacco).

E poi c’è il maschio, che ti guarda con passione (la passione del primo anno, comunque), anche se, diciamolo ;-) , è chiaro che se ti trucchi ti ama un po’ di più … E poi si arrampica su papà, lo insegue, cerca la lotta. E tra le righe, si insinuano le immagini di un futuro non lontano in cui anche tra loro ci sarà una corda elastica, a segnare lontananza e vicinanza, contrapposizione e somiglianza.

Che fatica!
Accoglierli quando si avvicinano, per assomigliarti, e ingigantiscono i tuoi difetti e le cose che più ti imbarazzano.
Amarli quando si allontanano, per amare il diverso, l’opposto. Per flirtrare e dare forma alla propria identità sessuale.

Certo, femmina e maschio sono diversi. Ma la fatica del “metterli a fuoco”, del calibrare la giusta distanza, dell’accettarli e accoglierli … è uguale, o davvero molto simile.

Alla fine, tu sei sempre l’arco e loro sempre la freccia. Destinata ad andare lontano quanto la tua corda glielo consente … e speriamo di essere capaci a consentirglielo MOLTO!


chiudo i commenti e vi mando direttamente qui!

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