Qualcosa sta cambiando ...
Il più bello dei mari è quello che non navigammo. Il più bello dei nostri figli non è ancora cresciuto. I più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti. E quello che vorrei dirti di più bello non te l’ho ancora detto. Nazim Hikmet
15.4.13
Ascoltare le emozioni
Si è riaperto un nuovo ciclo su GenitoriCrescono, una nuova rubrica affidata (a loro rischio e pericolo) a me. Si chiama Emozioni in movimento. Per ora sto parlando della paura (di avere una figlia femmina, di essere incinta, di essere in una data genealogia), che ho sviscerato qui, qui e qui. E ho almeno altri due o tre timori da analizzare (seghe mentali come dice il background o gruppo di redazione di genitoricrescono).
Quindi non è proprio che non scrivo più o che passo tutto il mio tempo sui socialcosi. In realtà faccio anche un po' di cose esterne ai social, magari un giorno ne parlo anche più diffusamente.
E' che per ascoltare le emozioni - dei micros in prima battuta, e mie e delle situazioni in genere (nella rubrica non parlo solo di me, ci mancherebbe, altrimenti sarebbero già venuti ad internarmi!) - spendo quasi tutte le energie che mi restano da un periodo (va da sé, è la vita) veloce, denso e attivo.
Quel pizzico che mi resta (sottratto periodo, sottratto l'ascolto delle emozioni) lo tengo per me. Anzi, per the voice, come descrive bene questa vignetta che mi ha trovato.
22.3.13
#2013cosedafare
E' arrivata la primavera, anche se fatico ad avvertirlo, si sta per chiudere l'esperienza da piccolissimo del Marines (ex Pulcino) e bisogna ancora capire come spannolinnarlo e avviarlo alla scuola dell'infanzia (gruppi di mutuoautoaiuto, siete i benvenuti), ho compiuto un'altro anno senza modificare l'età da nessuna parte e con molte altre domande in testa.
Rifletto e medito spesso sul mio ruolo da signorina Rottermeier che tengo con i bambini, sulle regole e l'attaccamento sicuro. Prima o poi dovrei farne un post serio, mi dico. A proposito, vorrei anche leggere "un genitore quasi perfetto" di Bruno Bettelheim, ma come spesso accade, so che non posso impormelo: anche per affrontare certe tappe di genitorialità occorre che maturino i tempi giusti.
Non sapendo da che parte iniziare, mi è venuta in mente la freschezza con cui si partecipava al progetto #2012cosedafareprimadella fine del mondo (di @mafedebaggis) e che buffo è stato a dicembre leggere il libro. Così, tra una risata e l'altra, rileggendolo, ho deciso di recuperarmi 13 idee, da inserire in agenda.
Un piccolo gioco, tanto per iniziare e aspettare le gemme.
O forse no, una to.do.list leggera e vediamo che ne viene fuori...
1. Rileggere ad alta voce, ma da solo, tutto il canto V dell'Inferno di Dante (@loscorfano)
2. Mangiare cose nuove e strane, di più (@gabrieleru)
3. Iniziare a correre, ma senza fretta (@lamentore)
4. Fare 2013 cose incredibilmente belle, fare un disegno per ognuna di queste, fare un patchwork, coprire chi amo e cantare (@iuba73)
5. Passare più tempo sdraiato su un prato (@ciocci)
6. Metterci più musica (@forbiceverde)
7. Non avere paura di tirare un calcio di rigore (@manuela_rgg)
8. Ammettere che il multitasking non funziona (@Silviastwits)
9. Inventare il teletrasporto. Oppure imparare a dire di no. Ma la prima è più facile (@tigella)
10. Imparare ad andare a letto quando ho sonno: il mondo non crollerà. Io, in compenso, sarò meno stanca (@cescasilvia)
11. Smettere di parlare di innovazione. Farla, l'innovazione (@Asinomorto) 12. Aprire gli occhi, per sognare ancora meglio (@mallarmeana_mb)
13. Trasformarmi definitivamente nella persona che sono (@alebegoli)
Chi vuole aggiungerne, è benvenuto!
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Rifletto e medito spesso sul mio ruolo da signorina Rottermeier che tengo con i bambini, sulle regole e l'attaccamento sicuro. Prima o poi dovrei farne un post serio, mi dico. A proposito, vorrei anche leggere "un genitore quasi perfetto" di Bruno Bettelheim, ma come spesso accade, so che non posso impormelo: anche per affrontare certe tappe di genitorialità occorre che maturino i tempi giusti.
Non sapendo da che parte iniziare, mi è venuta in mente la freschezza con cui si partecipava al progetto #2012cosedafareprimadella fine del mondo (di @mafedebaggis) e che buffo è stato a dicembre leggere il libro. Così, tra una risata e l'altra, rileggendolo, ho deciso di recuperarmi 13 idee, da inserire in agenda.
Un piccolo gioco, tanto per iniziare e aspettare le gemme.
O forse no, una to.do.list leggera e vediamo che ne viene fuori...
1. Rileggere ad alta voce, ma da solo, tutto il canto V dell'Inferno di Dante (@loscorfano)
2. Mangiare cose nuove e strane, di più (@gabrieleru)
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Source: fra-silvia on Pinterest
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4. Fare 2013 cose incredibilmente belle, fare un disegno per ognuna di queste, fare un patchwork, coprire chi amo e cantare (@iuba73)
5. Passare più tempo sdraiato su un prato (@ciocci)
6. Metterci più musica (@forbiceverde)
7. Non avere paura di tirare un calcio di rigore (@manuela_rgg)
8. Ammettere che il multitasking non funziona (@Silviastwits)
9. Inventare il teletrasporto. Oppure imparare a dire di no. Ma la prima è più facile (@tigella)
10. Imparare ad andare a letto quando ho sonno: il mondo non crollerà. Io, in compenso, sarò meno stanca (@cescasilvia)
11. Smettere di parlare di innovazione. Farla, l'innovazione (@Asinomorto) 12. Aprire gli occhi, per sognare ancora meglio (@mallarmeana_mb)
13. Trasformarmi definitivamente nella persona che sono (@alebegoli)
Chi vuole aggiungerne, è benvenuto!
5.3.13
Grandi crisi, piccole soluzioni (un canto e un micropost)
Esausta, ecco cosa pensavo i giorni scorsi.
I terrible two del marines mettono a dura prova la mia pazienza.
Sono il suo modo di crescere, rivendicare autonomia e identità e magari anche chiedere la giusta dose di coccole.
Ma se la sua crisi avviene ogni santissima volta che deve cambiare attività / cambiarsi / cambiare stanza / entrare-uscire-farsi legare in automobile e nell'orecchio hai una principessa trasformata in radiolina-ballerina e la tua capacità di resilienza* è stata schiacciata da inverno-febbre-acciacchi-magagne, è un vero casino (*mi piego, ma non mi spezzo ...).
Così la piccola crisi diventa una voragine in cui vengono risucchiate tutte le ultime energie.
Finché non si è scoperto che se canto /cantiamo una canzone, il Marines si calma, osservandomi ad occhi spalancati (sarò stonata come una campana).
O forse sono io, che mi calmo.
A volte basta poco, una frazione di secondo, un attimo, una concidenza fortunata.
Le cose che piacciono a me
Cieli pieni di stelle gocce di pioggia sul verde dei prati
...sciarpe di lana, guantoni felpati,
più che il sapore, il colore del the:
ecco le cose che piacciono a me!
Torte di mele, biscotti croccanti,
bianchi vapori dai treni sbuffanti,
quando ti portano a letto il caffè.
ecco le cose che piacciono a me!
Tanti vestiti a vivaci colori,
quando ricevi in regalo dei fiori,
le camicette di bianco piquet:
ecco le cose che piacciono a me!
Se sei triste, infelice,
e non sai il perchè
io penso alle cose che amo di più
e ritorna il seren per me.
Il lavorare che fanno i gattini,
ed il sorriso di tutti i bambini,
la cioccolata che è dentro i bignè:
ecco le cose che piacciono a me!
Un bel quaderno appena comprato,
un fazzoletto che sa di bucato,
una gallina che fa coccodè:
ecco le cose che piacciono a me!
Biondi capelli su un viso abbronzato,
pane arrostito con burro spalmato,
quando si ride ma senza un perchè:
ecco le cose che piacciono a me!
Questo post partecipa al blogstorming di Genitori Crescono -tema del mese "Sfide quotidian e strategie di sopravvivenza"
I terrible two del marines mettono a dura prova la mia pazienza.
Sono il suo modo di crescere, rivendicare autonomia e identità e magari anche chiedere la giusta dose di coccole.
Ma se la sua crisi avviene ogni santissima volta che deve cambiare attività / cambiarsi / cambiare stanza / entrare-uscire-farsi legare in automobile e nell'orecchio hai una principessa trasformata in radiolina-ballerina e la tua capacità di resilienza* è stata schiacciata da inverno-febbre-acciacchi-magagne, è un vero casino (*mi piego, ma non mi spezzo ...).
Così la piccola crisi diventa una voragine in cui vengono risucchiate tutte le ultime energie.
Finché non si è scoperto che se canto /cantiamo una canzone, il Marines si calma, osservandomi ad occhi spalancati (sarò stonata come una campana).
O forse sono io, che mi calmo.
A volte basta poco, una frazione di secondo, un attimo, una concidenza fortunata.
Le cose che piacciono a me
Cieli pieni di stelle gocce di pioggia sul verde dei prati
...sciarpe di lana, guantoni felpati,
più che il sapore, il colore del the:
ecco le cose che piacciono a me!
Torte di mele, biscotti croccanti,
bianchi vapori dai treni sbuffanti,
quando ti portano a letto il caffè.
ecco le cose che piacciono a me!
Tanti vestiti a vivaci colori,
quando ricevi in regalo dei fiori,
le camicette di bianco piquet:
ecco le cose che piacciono a me!
Se sei triste, infelice,
e non sai il perchè
io penso alle cose che amo di più
e ritorna il seren per me.
Il lavorare che fanno i gattini,
ed il sorriso di tutti i bambini,
la cioccolata che è dentro i bignè:
ecco le cose che piacciono a me!
Un bel quaderno appena comprato,
un fazzoletto che sa di bucato,
una gallina che fa coccodè:
ecco le cose che piacciono a me!
Biondi capelli su un viso abbronzato,
pane arrostito con burro spalmato,
quando si ride ma senza un perchè:
ecco le cose che piacciono a me!
Questo post partecipa al blogstorming di Genitori Crescono -tema del mese "Sfide quotidian e strategie di sopravvivenza"
27.2.13
Politica per sgobboni e la serendipità della focaccia alle zucchine
E' da ieri pomeriggio che ho la sindrome della volpe.
Quella cosa per cui la volpe, invece di fuggire, resta immobile a fissare i fari dell'automobile che sta per stenderla. La mia faccia davanti ai risultati, man mano che uscivano.
Sarebbe sbagliato definirla incredulità, ero proprio immobile, congelata, bloccata dagli scenari futuri.
Il fatto è che ieri mattina leggevo qualcosa come "dalla crisi usciremo in circa tre anni, il problema è vedere il come". Ecco, il come. Ultimamente ci penso spesso, al come. Realizzare, non è l'unica cosa importante, se dietro di te lasci una scia di errori, incomprensioni, imprecisioni.
Come.
Penso a chi emigrerà perché altrove può far ricerca, penso a quel 20% di poveri che aumenta, poveri che saranno schiacciati, sviliti o moriranno per tutto quello che la povertà porta, non ultima la disperazione (aggiornamento: per gli adolescenti passiamo a uno su tre, a rischio povertà). Penso al welfare che c'era e che ci stiamo giocando pezzo pezzo, tagliandolo. Penso a ZeroCalcare, perché non possiamo dirci trentenni . Penso al Cinderella mood di Milano e Lorenza e di molte donne.
Mi dispiace, io continuo a credere che per realizzare le cose occorra studio, passione, lavoro,
impegno. Che non basti, il talento, il colpo di fortuna. Che per vincere una gara di nuoto occorrano milioni di vasche di allenamento. Che per stare in Europa occorra crederci, parlare il suo linguaggio, passare le notti su regolamenti, pareri, decisioni.
E sono triste, per quello che ci siamo persi studiando male le scienze, matematica, statistica, per quello che non capiamo, del reale attorno a noi. Per l'analfabetismo di ritorno che impedisce alle persone di comprendere i proclami elettorali fino in fondo.
Perché potevamo evitarcelo.

E si sarebbe potuto votare a destra o a sinistra, avrei accettato entrambi i risultati. Ma non l'insensatezza degli obiettivi, l'atteggiamento da cicale. Perché siamo ancora responsabili delle generazioni future (e chi non si sente responsabile può trincerarsi nel suo privato regno del bengodi). Non voglio analizzare il voto (a me, basta Gramellini), ma quello che c'è stato prima, del voto.
Quello che ha portato al voto (dove? quando? dov'è che abbiamo smesso di insegnare o anche solo di mostrare a rispettare le cose attorno a noi, a lottare per i risultati senza comprare l'arbitro, a pensare un pochino anche all'altro che viene dopo di te?), che non è solo la perdita dei valori di sinistra o del senso dello stato o della famiglia, bla bla bla.
E' quello che porta a pensare che la nostra storia personale nella vita si costruisca vendendosi corpo e anima, nella peggiore delle ipotesi, o restando ancorati ai vecchi scenari futuri (lo so che ho la fissa per la scuola e la lunga pausa ecc ecc e che una volta non si faceva così ecc. ma due cose: 1. leggetevi questo 2. scambiereste la vostra wii, il vostro nintendo o il vostro non-so-neanche-come-si-chiamano con il Commodore64?. Se state ancora giocando con il Commodore, potete rispondermi "s'è sempre fatto così", se no iniziate a guardarvi attorno e a chiedervi se le strutture che ci siamo costruiti per la collettività corrispondono davvero a questa collettività e le danno un futuro - che non sia solo stare sdraiati sul divano, a sbavare tapioca all'elettrodomestico più diffuso nel paese).
Io vorrei solo vivere nel mondo reale, e avere la possibilità di vedere realizzate delle cose, con i tempi e le risorse necessarie, non solo sentire dei gran proclami.
Quando sto così può durarmi giorni.
Invece stasera mi sono sbloccata per cucinare. Miscelare, fare, sminuzzare, trasformare. Di solito basta una torta. Oggi sono stati necessari una torta e una focaccia: ho preso due zucchine, le ho frullate con i semi di zucca e mescolate a lievito di birra, olio, sale e farina. Dapprima un blob, è diventata una focaccia alle zucchine (ricoperta di parmigiano).
Poi vi dico se è buona.
Non so se c'entra, se ho scoperto qualcosa, se è davvero serendipity. Ci spero, forse.
"Serendipity is looking in a haystack for a needle and discovering a farmer's daughter."
Julius Comroe Jr., 1976
Quella cosa per cui la volpe, invece di fuggire, resta immobile a fissare i fari dell'automobile che sta per stenderla. La mia faccia davanti ai risultati, man mano che uscivano.
Sarebbe sbagliato definirla incredulità, ero proprio immobile, congelata, bloccata dagli scenari futuri.
Il fatto è che ieri mattina leggevo qualcosa come "dalla crisi usciremo in circa tre anni, il problema è vedere il come". Ecco, il come. Ultimamente ci penso spesso, al come. Realizzare, non è l'unica cosa importante, se dietro di te lasci una scia di errori, incomprensioni, imprecisioni.
Come.
Penso a chi emigrerà perché altrove può far ricerca, penso a quel 20% di poveri che aumenta, poveri che saranno schiacciati, sviliti o moriranno per tutto quello che la povertà porta, non ultima la disperazione (aggiornamento: per gli adolescenti passiamo a uno su tre, a rischio povertà). Penso al welfare che c'era e che ci stiamo giocando pezzo pezzo, tagliandolo. Penso a ZeroCalcare, perché non possiamo dirci trentenni . Penso al Cinderella mood di Milano e Lorenza e di molte donne.
Mi dispiace, io continuo a credere che per realizzare le cose occorra studio, passione, lavoro,
impegno. Che non basti, il talento, il colpo di fortuna. Che per vincere una gara di nuoto occorrano milioni di vasche di allenamento. Che per stare in Europa occorra crederci, parlare il suo linguaggio, passare le notti su regolamenti, pareri, decisioni.E sono triste, per quello che ci siamo persi studiando male le scienze, matematica, statistica, per quello che non capiamo, del reale attorno a noi. Per l'analfabetismo di ritorno che impedisce alle persone di comprendere i proclami elettorali fino in fondo.
Perché potevamo evitarcelo.

E si sarebbe potuto votare a destra o a sinistra, avrei accettato entrambi i risultati. Ma non l'insensatezza degli obiettivi, l'atteggiamento da cicale. Perché siamo ancora responsabili delle generazioni future (e chi non si sente responsabile può trincerarsi nel suo privato regno del bengodi). Non voglio analizzare il voto (a me, basta Gramellini), ma quello che c'è stato prima, del voto.
Quello che ha portato al voto (dove? quando? dov'è che abbiamo smesso di insegnare o anche solo di mostrare a rispettare le cose attorno a noi, a lottare per i risultati senza comprare l'arbitro, a pensare un pochino anche all'altro che viene dopo di te?), che non è solo la perdita dei valori di sinistra o del senso dello stato o della famiglia, bla bla bla.
E' quello che porta a pensare che la nostra storia personale nella vita si costruisca vendendosi corpo e anima, nella peggiore delle ipotesi, o restando ancorati ai vecchi scenari futuri (lo so che ho la fissa per la scuola e la lunga pausa ecc ecc e che una volta non si faceva così ecc. ma due cose: 1. leggetevi questo 2. scambiereste la vostra wii, il vostro nintendo o il vostro non-so-neanche-come-si-chiamano con il Commodore64?. Se state ancora giocando con il Commodore, potete rispondermi "s'è sempre fatto così", se no iniziate a guardarvi attorno e a chiedervi se le strutture che ci siamo costruiti per la collettività corrispondono davvero a questa collettività e le danno un futuro - che non sia solo stare sdraiati sul divano, a sbavare tapioca all'elettrodomestico più diffuso nel paese).
Io vorrei solo vivere nel mondo reale, e avere la possibilità di vedere realizzate delle cose, con i tempi e le risorse necessarie, non solo sentire dei gran proclami.
Quando sto così può durarmi giorni.

Invece stasera mi sono sbloccata per cucinare. Miscelare, fare, sminuzzare, trasformare. Di solito basta una torta. Oggi sono stati necessari una torta e una focaccia: ho preso due zucchine, le ho frullate con i semi di zucca e mescolate a lievito di birra, olio, sale e farina. Dapprima un blob, è diventata una focaccia alle zucchine (ricoperta di parmigiano).
Poi vi dico se è buona.
Non so se c'entra, se ho scoperto qualcosa, se è davvero serendipity. Ci spero, forse.
Julius Comroe Jr., 1976
10.2.13
Cupcakes di mezzanotte
Alle 23.35 di un qualsiasi giorno feriale di inizio febbraio, nella semi oscurità di una casa silenziosa, una donna di 37 anni, praticamente una signora, si sta preparando per andare a dormire.
Improvvisamente, la metà superiore del corpo ancora metà in camicia e cardigan da ufficio e la metà inferiore già in mutande, gira verso la cucina, apre il frigorifero e - il più silenziosamente possibile, considerando le azioni - mescola:
uno yogurt alla banana, due uova, 200 gr di farina e 100 gr (circa) di zucchero, un cucchiaino di lievito e 4 cucchiai di olio di semi.
Mescola, sistema l'impasto negli stampi di silicone, li ricopre di zuccherini colorati e bianchi, inforna a 180° (credo) e va a finire di prepararsi.
Mentre fa tutto questo si interroga sul perché e sul come delle sue azioni (è il genere di persona che si interroga spesso, ne parla tra sé e sé e spesso annoia anche chi la circonda).
Il perché immediato è semplice: le piace immaginare la faccia contenta dei bimbi il mattino dopo a colazione.
Ma non è solo questo.
E' che ogni tanto ha bisogno di fare qualcosa al di fuori delle righe.
Ed è così difficile, a essere nella fatidica età adulta, età di mezzo, nel mezzo del cammin di nostra vita, che è poi così spesso davvero una selva oscura.
Perché ognuna delle definizioni si sé (figlia, moglie, mamma, lavoratrice, casalinga, amica, blogger, elettrice...) si accompagna quanto meno a dei devo se non a degli ancor più temibili desiderata (quando i desiderata, come nel caso della sottoscritta, impongono dei dictat). E tra un devo e un inconveniente la giornata scorre via in un tic-tac che lascia pochi secondi alle deviazioni e tanto tempo al nervoso, agli scatti e ai non-ho-tempo (e la donna di deviazioni, con la testa tra le nuvole che si ritrova, e che fatica a governare con un pieno di agende, se ne concederebbe ad ogni raggio di sole troppo luminoso o ad ogni nuvola troppo bianca).
Allora il perché spontaneo dei cupcakes di mezzanotte è un'altro: mi facevano felice, tutto qui. E ce n'era bisogno. [Il mattino dopo, per la cronaca, ilMarines ne ha mangiati 4 e laPrincipessa 3].
Improvvisamente, la metà superiore del corpo ancora metà in camicia e cardigan da ufficio e la metà inferiore già in mutande, gira verso la cucina, apre il frigorifero e - il più silenziosamente possibile, considerando le azioni - mescola:
uno yogurt alla banana, due uova, 200 gr di farina e 100 gr (circa) di zucchero, un cucchiaino di lievito e 4 cucchiai di olio di semi.

Mescola, sistema l'impasto negli stampi di silicone, li ricopre di zuccherini colorati e bianchi, inforna a 180° (credo) e va a finire di prepararsi.
Mentre fa tutto questo si interroga sul perché e sul come delle sue azioni (è il genere di persona che si interroga spesso, ne parla tra sé e sé e spesso annoia anche chi la circonda).
Il perché immediato è semplice: le piace immaginare la faccia contenta dei bimbi il mattino dopo a colazione.
Ma non è solo questo.
E' che ogni tanto ha bisogno di fare qualcosa al di fuori delle righe.
Ed è così difficile, a essere nella fatidica età adulta, età di mezzo, nel mezzo del cammin di nostra vita, che è poi così spesso davvero una selva oscura.
Perché ognuna delle definizioni si sé (figlia, moglie, mamma, lavoratrice, casalinga, amica, blogger, elettrice...) si accompagna quanto meno a dei devo se non a degli ancor più temibili desiderata (quando i desiderata, come nel caso della sottoscritta, impongono dei dictat). E tra un devo e un inconveniente la giornata scorre via in un tic-tac che lascia pochi secondi alle deviazioni e tanto tempo al nervoso, agli scatti e ai non-ho-tempo (e la donna di deviazioni, con la testa tra le nuvole che si ritrova, e che fatica a governare con un pieno di agende, se ne concederebbe ad ogni raggio di sole troppo luminoso o ad ogni nuvola troppo bianca).
Allora il perché spontaneo dei cupcakes di mezzanotte è un'altro: mi facevano felice, tutto qui. E ce n'era bisogno. [Il mattino dopo, per la cronaca, ilMarines ne ha mangiati 4 e laPrincipessa 3].
3.2.13
Costruire relazioni e proteggersi dai bisogni altrui
LaPrincipessa ha compiuto quattro anni.
Quattro.
Quattro inverni: da quello con metri e metri di neve, mentre l'attendevamo (con la nevicata eccezionale della mattina in cui nacque, ovvio) a questo piu' mite.
Quattro compleanni: il primo, inconsapevole, il secondo, quando rimase quasi stordita davanti alla crostata a forma di cuore, il terzo, in cui mi aiuto' a fare la crostata per i compagni di tata, e questo.
"Mamma, posso avere la torta a forma di principessa?"
"No mamma, occorre una torta per l'asilo e la crostata a forma di cuore che mangiamo a casa".
Ha vissuto sotto la mia vestaglia, nella culla a fianco il mio letto,
sulla pancia di papa', in mezzo alle mie gambe per giocare e per
prendere slancio prima di esplorare il mondo.Ha ripreso i miei modi di fare come uno specchio deformante, che mi sembrava illuminare solo i miei difetti.
Si e' fusa.
E si e' allontanata.
La vedo prendere le misure del mondo e le distanze da me.
Provare modi diversi da quelli appresi per osmosi per parlare, socializzare, stare con gli altri.
E poi tornare. Tornare piccola, tornare in braccio, dormirmi addosso (perche' malata, perche' stanca, perche').
E poi ripartire.
Contraddirmi.
Ribattere.
Pretendere confronto.
Darmi testa.
Darmi ragione.
Darmi alla testa.
Darmi torno.
E sempre tornare, come una nave alla portaerei, a fare rifornimento di affetto, stima, di se'.
Nel marasma delle mie fatiche di donna di (quasi) quarant'anni consapevole solo delle sue inconsapevolezze, fatico e mi logoro ad accompagnare, subire e assecondare questo movimento oscillatorio con cui, come con un elastico, laPrincipessa si muove da e verso il mio cuore.
Ma e' giusto cosi', lo so.
E cerco di starci dentro al meglio (nel marasma e nella stanchezza), perche' e' quel che mi compete. E' veloce - e non indolore - il passaggio dal bisogno di accudimento al bisogno di individualita' autonoma.
Ma se per lei sono disponibile a sentirmi rastrellare quello spazio che sta tra gola e ombelico, sono diventata un po' sensibile e un po' insofferente a tutte le situazioni in cui il bisogno di un altro prova a riempire tutti i miei spazi.
Una volta avevo letto questa frase "ci dev'essere un altro modo di stare vicini che non sia starsi addosso per la paura di stare soli" (direi che è Lidia Ravera, Porci con le Ali, ma prendetelo con beneficio di inventario).
Ecco, mi sento un po' così. Ho estremamente bisogno di stare in ascolto dei bisogni, miei dei miei figli di MrWolf, degli amici più cari. Eppure talvolta quest'antenna in estremo ascolto viene intasata dall'accumularsi di frequenze (delle incombenze quotidiane, delle to.do.list infinite, delle banalità, delle malattie e delle piccole sfighe, degli amici da ascoltare, di quelli che mi ascoltano, di quelli pazienti e di quelli distratti, delle webrelazioni per cui sei solo un numero, un seo, uncazziemazzi, delle webrelazioni che da un what'sapp capiscono di te più di mille parole e ti leggono le emozioni dentro ...).
Ma gli altri non si possono cambiare.
Non si possono far capire cose che non vengono capite.
Si può lavorare su di sé, sulle emozioni importanti, che fanno crescere e sul confinamento di quelle distanti.
Allora occorre riprendere distanze, riaccaparrarsi di uno spazio per sé, dove riflettere, concentrarsi, ascoltare solo il battito del proprio cuore.
Perché non sono sola.
E chi è più vicino percepisce (e forse patisce) se sono così poco in relazione con me da non potermi relazionare con. E, forse, a volte si stufa anche di essere in fondo a un'infinita lista di bisogni (altrui)
Quattro.
Quattro inverni: da quello con metri e metri di neve, mentre l'attendevamo (con la nevicata eccezionale della mattina in cui nacque, ovvio) a questo piu' mite.
Quattro compleanni: il primo, inconsapevole, il secondo, quando rimase quasi stordita davanti alla crostata a forma di cuore, il terzo, in cui mi aiuto' a fare la crostata per i compagni di tata, e questo.
"Mamma, posso avere la torta a forma di principessa?"
"No mamma, occorre una torta per l'asilo e la crostata a forma di cuore che mangiamo a casa".
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| Source: formineemattarello.blogspot.it via Jen on Pinterest |
Si e' fusa.
E si e' allontanata.
La vedo prendere le misure del mondo e le distanze da me.
Provare modi diversi da quelli appresi per osmosi per parlare, socializzare, stare con gli altri.
E poi tornare. Tornare piccola, tornare in braccio, dormirmi addosso (perche' malata, perche' stanca, perche').
E poi ripartire.
Contraddirmi.
Ribattere.
Pretendere confronto.
Darmi testa.
Darmi ragione.
Darmi alla testa.
Darmi torno.
E sempre tornare, come una nave alla portaerei, a fare rifornimento di affetto, stima, di se'.
Nel marasma delle mie fatiche di donna di (quasi) quarant'anni consapevole solo delle sue inconsapevolezze, fatico e mi logoro ad accompagnare, subire e assecondare questo movimento oscillatorio con cui, come con un elastico, laPrincipessa si muove da e verso il mio cuore.
Ma e' giusto cosi', lo so.
E cerco di starci dentro al meglio (nel marasma e nella stanchezza), perche' e' quel che mi compete. E' veloce - e non indolore - il passaggio dal bisogno di accudimento al bisogno di individualita' autonoma.
Ma se per lei sono disponibile a sentirmi rastrellare quello spazio che sta tra gola e ombelico, sono diventata un po' sensibile e un po' insofferente a tutte le situazioni in cui il bisogno di un altro prova a riempire tutti i miei spazi.
Una volta avevo letto questa frase "ci dev'essere un altro modo di stare vicini che non sia starsi addosso per la paura di stare soli" (direi che è Lidia Ravera, Porci con le Ali, ma prendetelo con beneficio di inventario).
Ecco, mi sento un po' così. Ho estremamente bisogno di stare in ascolto dei bisogni, miei dei miei figli di MrWolf, degli amici più cari. Eppure talvolta quest'antenna in estremo ascolto viene intasata dall'accumularsi di frequenze (delle incombenze quotidiane, delle to.do.list infinite, delle banalità, delle malattie e delle piccole sfighe, degli amici da ascoltare, di quelli che mi ascoltano, di quelli pazienti e di quelli distratti, delle webrelazioni per cui sei solo un numero, un seo, uncazziemazzi, delle webrelazioni che da un what'sapp capiscono di te più di mille parole e ti leggono le emozioni dentro ...).
Ma gli altri non si possono cambiare.
Non si possono far capire cose che non vengono capite.
Si può lavorare su di sé, sulle emozioni importanti, che fanno crescere e sul confinamento di quelle distanti.
Allora occorre riprendere distanze, riaccaparrarsi di uno spazio per sé, dove riflettere, concentrarsi, ascoltare solo il battito del proprio cuore.
Perché non sono sola.
E chi è più vicino percepisce (e forse patisce) se sono così poco in relazione con me da non potermi relazionare con. E, forse, a volte si stufa anche di essere in fondo a un'infinita lista di bisogni (altrui)
5.1.13
Maybe I'm in the gap between the two trapezes (coldplay)
Certo, sto pensando al 2012 e al 2013, ma siccome non ho voglia di fare bilanci o buoni propositi, mi sembrava meglio cercare un titolo in qualche modo neutro.
Il tempo sta scorrendo veloce, velocissimo.
E' stato un anno intenso e bellissimo, esponenziale ed esposto, pieno di gente di relazioni, di social network et bla bla.
Basta un giorno e laPrincipessa (nuovo nome per laPulce) è più alta di 5 cm. Basta un giorno e ilMarines (nuovo nome per ilPulcino) impara 5 nuove parole (non tutte adatte al lessico di un bambino di 2 anni).
Inizia il quarto (4°!!) anno di blogging.
I miei buoni propositi (se avessi voglia di scriverli qui) sarebbero tutti sul dedicare più tempo a loro, alla casa, a me, al lavoro, alle amiche, alle webamiche, ai discorsi seri da blog e da twitter ecc. ma come ho detto: troppo è troppo, quindi mi accontenterò come al solito di stare in questo mio costante gap e di sopportare al pensiero di "passa, tutto passa" le notti insonni (quelle per causa loro e per causa mia. Anche se quelle per causa mia, ecco, non sono veramente destinate a passare, almeno fino a che non cambierò casa).
Il vero gap è la sensazione di dover rimettere un po' di ordine. Non controllare le cose, cielo no, ma rimettere al proprio posto le emozioni, le sensazioni, le amicizie, gli scambi, le comunicazioni.
Su twitter, d'ora in poi, solo news (poche persone). ho defollowato di massa e a breve mi attendo accada lo stesso a me.
E le blogger? e le amicizie nuove? qui, per riprendere letture e scambi, aggiornare e seguire il blogroll e riprendere a fare di questo luogo un luogo di consapevolezza.
Perché con quel pizzico di consapevolezza in più lo so, che il tempo per fare, vivere, accogliere tutto ce l'ho.
E una sera a settimana, come dice Valewanda, a letto presto: tutto spento, solo un buon libro.
Ci perderò? forse.
Sono anche una persona piena di dubbi.
O forse andrò ad ascoltare le persone (via mail, via social, via blog) nell'esatto momento in cui voglio farlo e ho la testa e il cuore giusto per ascoltare.
E credo anche che per avere il cuore giusto per ascoltare gli altri, io debba prestare ascolto a questa mia esigenza, che come un rituale pulsa in questo passaggio d'anno.
E comunque e sempre,
grazie a tutti coloro che sono arrivati, passati, che transitano e vanno oppure restano nella mia vita.
la rendete speciale.
Grazie
26.12.12
auguri: in ritardo ma sentiti, abbozzati ma sinceri
Volevo fare gli auguri condividendo qui l'albero fatto da un pallet riciclato e il presepe costruito con i bimbi fatto di rotoli di carta igienica ricoperti (ilPulcino ha un'arte a imbrattarsi con i pennarelli giganti e laPulce una carriera da scrapper con colla e forbici), ma non c'è stato verso: ci sono stata su tutto, forse anche troppo. Sono riuscita a spedire i biglietti e a fare i biscotti di Natale.
Venuta al post, mi sono data una pausa.
Ho deciso che avrei postato in ritardo, proprio per ricordare a chi è in ritardo e in affanno come me che ci sono momenti, occasioni e persone con cui va bene, si può fare.
Auguri
Venuta al post, mi sono data una pausa.

Ho deciso che avrei postato in ritardo, proprio per ricordare a chi è in ritardo e in affanno come me che ci sono momenti, occasioni e persone con cui va bene, si può fare.
Io non amo la gente perfetta,Boris Pasternak
quelli che non sono mai caduti
o che non hanno mai inciampato.
A loro non si è svelata la bellezza della vita.
Auguri
22.12.12
Avere, essere tutto? Troppo
I primi tempi del rientro a casa post maternità credevo che andasse strenuamente difeso il diritto alla conciliazione, ad avere un lavoro e una famiglia, a essere madre e brava lavoratrice. Dicevo "mica ho perso il cervello". Perché è vero, e ci credo, che ci siano equilibri che si possono tenere e ottenere. E che non si dovrebbe mai essere posti davanti a un bivio: o famiglia o lavoro. (e che non possiamo permetterci di perdere i cervelli di questa generazione ecc ecc - ma per le cose serie, andate da Lorenza eil suo piano C)
Nello stesso tempo la fatica e le considerazioni fatte attorno a me, attorno a noi (di luglio, la notizia della Slaughter, di pochi mesi fa il post indovinato di Silvia Improvvisamente in 4, di pochi giorni fa le considerazioni di Vale-BellezzaRara sulla conciliazione impossibile) mi fanno riconsiderare le mie posizioni.
Certo, si può avere e anche essere tutto, ma a volte questo tutto è - per il semplice fatto di esistere - troppo (come diceva Valewanda un mesetto fa).
E così siamo sempre coperte troppo corte, che tiriamo ora di qua, ora di là: se la testa va troppo sul lavoro, i figli si lamentano (era bellissimo il monito della figlia di Milano e Lorenza - giochi con me oggi?, bé però vieni in camera senza telefonino, vero?), mal che vada se sono troppo piccoli per lamentarsi, cambiano il bioritmo proprio il giorno in cui volevi sfruttare il pisolino per fare (etc etc).
Se il figlio si ammala / la scuola chiude / ti tradisce la babysitter, è sicuramente nel giorno in cui volevi proprio esserci, a presenziare a quella riunione, a quell'evento o forse anche solo finire una pratica in pace.
Se bilanci perfettamente la giornata tra lavoro e figli minimo minimo scoprirai il frigo vuoto o peggio una piantagione di muffe (se con il frigo ti organizzi, ti sfugge la lavatrice, o la revisione auto - ho giusto giusto tirato fuori dalla lavatrice alcuni maglioni lasciati li da .. boh? - e ricordarmi l'assicurazione auto mi è costato uno sforzo neuronale incommensurabile ... neanche il tema della maturità).
C'è da esserci per: la famiglia, la coppia, i figli, i genitori, il lavoro, i colleghi, le amiche, i parenti, gli impegni sociali, il blog, le blogamiche (e twitter, e FB, e pinterest e bla bla), la scuola, le maestre, la tata, la società, la politica, le prossime elezioni, le letture, i lavori di casa, i grandi e i piccoli progetti, gli imprevisti, gli incidenti e semplicemente la volta che hai la testa per aria e sbagli strada.
C'è sempre qualcuno o qualcosa che lamenta la tua assenza.
Se proprio non ci pensa nessuno, minimo minimo fai le 2 nel tentativo di accorciare la sempre più mitica to-do-list (lunga come un rotolo di carta igienica). E ti ammali. O scleri. O semplicemente ti senti di esserci stata troppo. (e poi mi fanno innervosire i rimproveri "pretendi troppo da te stessa". Già ma come essere me stessa senza essere me stessa?)
Quindi continuo a pensare che non si debba scegliere.
Che non si possa scegliere, privare con una scelta di riduzione di tempo o attenzione qualcosa o qualcuno che fa parte di noi.
Forse, semplicemente, semplicemente bilanciare?
Oggi troppo a questo e poco a quello, domani troppo a quello e poco a questo.
Purché venga il giorno (me lo dico e me lo ripeto) in cui (senza tanti sensi di colpa) il troppo è troppo per quel niente per cui io sono: la mia testa per aria, le nuvole di cui decifro le forme, il caffé che bevo seduta invece di ingollarlo al bancone, il profilo delle montagne che si staglia nitido contro il cielo indaco di cui osservare le sfumature fino a che si accendono le luci, un libro leggero e inutile in cui perdersi.
Questo, l'unico impegno. Ed è da aggiungere. Si, anche se pretendo troppo.
Nello stesso tempo la fatica e le considerazioni fatte attorno a me, attorno a noi (di luglio, la notizia della Slaughter, di pochi mesi fa il post indovinato di Silvia Improvvisamente in 4, di pochi giorni fa le considerazioni di Vale-BellezzaRara sulla conciliazione impossibile) mi fanno riconsiderare le mie posizioni.
Certo, si può avere e anche essere tutto, ma a volte questo tutto è - per il semplice fatto di esistere - troppo (come diceva Valewanda un mesetto fa).
E così siamo sempre coperte troppo corte, che tiriamo ora di qua, ora di là: se la testa va troppo sul lavoro, i figli si lamentano (era bellissimo il monito della figlia di Milano e Lorenza - giochi con me oggi?, bé però vieni in camera senza telefonino, vero?), mal che vada se sono troppo piccoli per lamentarsi, cambiano il bioritmo proprio il giorno in cui volevi sfruttare il pisolino per fare (etc etc).
Se il figlio si ammala / la scuola chiude / ti tradisce la babysitter, è sicuramente nel giorno in cui volevi proprio esserci, a presenziare a quella riunione, a quell'evento o forse anche solo finire una pratica in pace.
Se bilanci perfettamente la giornata tra lavoro e figli minimo minimo scoprirai il frigo vuoto o peggio una piantagione di muffe (se con il frigo ti organizzi, ti sfugge la lavatrice, o la revisione auto - ho giusto giusto tirato fuori dalla lavatrice alcuni maglioni lasciati li da .. boh? - e ricordarmi l'assicurazione auto mi è costato uno sforzo neuronale incommensurabile ... neanche il tema della maturità).
C'è da esserci per: la famiglia, la coppia, i figli, i genitori, il lavoro, i colleghi, le amiche, i parenti, gli impegni sociali, il blog, le blogamiche (e twitter, e FB, e pinterest e bla bla), la scuola, le maestre, la tata, la società, la politica, le prossime elezioni, le letture, i lavori di casa, i grandi e i piccoli progetti, gli imprevisti, gli incidenti e semplicemente la volta che hai la testa per aria e sbagli strada.
C'è sempre qualcuno o qualcosa che lamenta la tua assenza.
Se proprio non ci pensa nessuno, minimo minimo fai le 2 nel tentativo di accorciare la sempre più mitica to-do-list (lunga come un rotolo di carta igienica). E ti ammali. O scleri. O semplicemente ti senti di esserci stata troppo. (e poi mi fanno innervosire i rimproveri "pretendi troppo da te stessa". Già ma come essere me stessa senza essere me stessa?)
Quindi continuo a pensare che non si debba scegliere.
Che non si possa scegliere, privare con una scelta di riduzione di tempo o attenzione qualcosa o qualcuno che fa parte di noi.
Forse, semplicemente, semplicemente bilanciare?
Oggi troppo a questo e poco a quello, domani troppo a quello e poco a questo.
Purché venga il giorno (me lo dico e me lo ripeto) in cui (senza tanti sensi di colpa) il troppo è troppo per quel niente per cui io sono: la mia testa per aria, le nuvole di cui decifro le forme, il caffé che bevo seduta invece di ingollarlo al bancone, il profilo delle montagne che si staglia nitido contro il cielo indaco di cui osservare le sfumature fino a che si accendono le luci, un libro leggero e inutile in cui perdersi.
Questo, l'unico impegno. Ed è da aggiungere. Si, anche se pretendo troppo.
Buone feste.
Buon troppo a tutti voi.
30.11.12
Missing. Di vuoti e di pieni
Missing...
la testa per riflettere davvero sul perché la Pulce sta elaborando con tanta intensità la comprensione delle regole all'asilo, la gioia per la lode e per il riconoscimento da parte del gruppo, le nuove amicizie e la forza per utilizzare questa riflessione per accogliere i suoi bisogni quando a casa ritorna .. con un treno carico di stanchezza e pianti e capricci
l'energia per accogliere quel goliardo del Pulcino, che ha fatto due anni, chiacchiera come ne avesse quattro, corre come se dovesse fare meta sui cuscini del divano e ha bisogno anche lui del suo spazio, giacché, con tutto il suo carico caratteriale, sta entrando nei "terrible two"
la leggerezza per piantare tutto lì ogni tanto e prendere un caffé come si deve chiacchierando del niente o anche da sola, solo a sentire il calore della tazzina tra le mani, o anche semplicemente commentare quello che leggo sui vari SN, senza rinviare il commento perché non trovo le parole adatte.
questi i vuoti, mentre l'agenda è piena la testa è piena anche il cuore è pieno come se mi avessero regalato una scatola di colori sgargianti e a volte uno solo prendesse campo e io avessi tanto ma tanto bisogno davvero di fare ordine in tutto questo pieno.
Visto che so fare solo questo, per intanto ho messo in ordine il cassetto della scrivani.
per il resto, c'è tempo.
forse.
la testa per riflettere davvero sul perché la Pulce sta elaborando con tanta intensità la comprensione delle regole all'asilo, la gioia per la lode e per il riconoscimento da parte del gruppo, le nuove amicizie e la forza per utilizzare questa riflessione per accogliere i suoi bisogni quando a casa ritorna .. con un treno carico di stanchezza e pianti e capricci
l'energia per accogliere quel goliardo del Pulcino, che ha fatto due anni, chiacchiera come ne avesse quattro, corre come se dovesse fare meta sui cuscini del divano e ha bisogno anche lui del suo spazio, giacché, con tutto il suo carico caratteriale, sta entrando nei "terrible two"
la leggerezza per piantare tutto lì ogni tanto e prendere un caffé come si deve chiacchierando del niente o anche da sola, solo a sentire il calore della tazzina tra le mani, o anche semplicemente commentare quello che leggo sui vari SN, senza rinviare il commento perché non trovo le parole adatte.
questi i vuoti, mentre l'agenda è piena la testa è piena anche il cuore è pieno come se mi avessero regalato una scatola di colori sgargianti e a volte uno solo prendesse campo e io avessi tanto ma tanto bisogno davvero di fare ordine in tutto questo pieno.
Visto che so fare solo questo, per intanto ho messo in ordine il cassetto della scrivani.
per il resto, c'è tempo.
forse.
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