7.12.10

Chi ha paura di dire no?

... e di sentirselo dire?

Mi è sempre piaciuto e ne ho già scritto il concetto del libro di Asha Phillips I no che aiutano a crescere:
"Penso che non dicendo no al momento giusto rischiamo di sottrarre possibilità e risorse a noi stessi e ani nostri cari; ci limitiamo troppo, non esercitando i nostri "muscoli emotivi". Un no non è necessariamente un rifiuto dell'altro o una prevaricazione, ma può invece dimostrare la fiducia nella sua forza e nelle sue capacità. E' il necessario corollario del dire si. Entrambi sono importantissimi."
"Dicendo di no, la madre avrebbe permesso a Jim di farsi un'idea di quello che riusciva o non riusciva a fare da solo, oltre che di quello che per lei era agevole o che le costava fatica. La sua riluttanza a opporsi al bambino ne fece un piccolo despota."
Ho quindi sempre pensato e penso tuttora che uno dei compiti, delle responsabilità e delle fatiche più grandi sia di discernere obiettivamente i bisogni miei e delLaPulce e saper capire qual è il momento opportuno per intervenire e quale quello per tirarmi indietro, quale il secondo di assecondare e quale quello giusto per negare o sottrarsi. Insomma, dire si o no al momento "giusto."

Ovviamente, fino a pochi mesi fa, questo era un compito relativamente "facile": in fin dei conti, si trattava solo di fissare i limiti delLa Pulce, e poi di spronarla a muoversi da sola entro quei limiti.

Giustamente, però, è cresciuta. Forse, come leggevo su GenitoriCrescono e su Mamma felice, è entrata nell'età dei "terrible two". Forse, semplicemente, sta completando e portando avanti proprio quel processo di autonomia che in questi mesi ho sostenuto e promosso.
"Non è piacevole sentirsi dire no, e vi sono vari modi di reagire. Un bambino può usare la stessa parola quasi fosse un'arma, gridando con forza "no" ogni volta che gli viene chiesto di fare qualcosa" (Asha Phillips)
- non erano forse Serena e Silvia che raccontavano come a volte questo no sta per "no, perché me lo proponi tu, ma magari si una volta che decido io..."?
In queste giornate, mi piace (piacerebbe?) conservare le energie per osservarmi con sufficiente ironia e distacco e notare come anche per me sia difficile accogliere questo "no" e come spesso risuoni dentro di me come l'ennesimo ostacolo a fine giornata...

Eppure lo so bene, sta completando proprio quel processo con cui intende diventare persona, processo per cui abbiamo progressivamente (e con mio sollievo) abbandonato la simbiosi fra noi e gioito della reciproca diversità.
Non dovrei essere contenta?
"... sta semplicemete riflettendo su se stesso e pensa: "Io sono uno al quale piacciono le mele e non piacciono le carote". Il bambino è ora in grado di discriminare e di sottrarsi all'obbligo di mangiare tutto ciò che gli viene offerto, contrariamente a come faceva quando era più piccolo e aveva troppa fame all'ora dei pasti per fare delle scelte.
Di pari passo con la crescita della sua indipendenza, il bambino va esplorando le sue relazioni con la madre in quanto persona che provvede [...] a lui." (Dilys Daws, centro Tavistock di psicologia infantile)
Per questo, quando vado in conflitto tra la mia stanchezza e la sua richiesta di crescente autonomia, e temo di frantumarmi (io e tutti i miei pensieri e riflessioni, che senza un po' di pazienza e di energia vanno proprio a farsi friggere... e io non sono proprio un tipino paziente....) in un mucchio di cocci, mi piace pensare alLaPulce come se fosse il Maestro Yoda, e mi allenasse a un compito impossibile: usare tutta l'energia dell'universo per ... avere tutta la pazienza necessaria per accompagnarla usando e ascoltando i "si" e i "no" al momento ... giusto!


(la foto porta al filmato, altrimenti questo è il link)

Così sicuro sei tu
sempre per te non può essere fatto
tu non senti ciò che dico
no, non diverso! solo diverso in tua mente
devi disimparare ciò che hai imparato
[..]
No! provare no! Fare. O non fare
non c'è provare...
[..]
La grandezza non conta.
Guarda me: giudichi forse me dalla grandezza?
Hmhm ...non dovresti farlo infatti.
Mio alleato è la forza...

27.11.10

BREAKING NEWS - fiocco azzurro su Qualcosa sta cambiando

E' nato ilPulcino (4 kg di pulcino... ?!?!).
Non siamo più in tre, ma in quattro. Non sono più mamma solo una volta ma mamma due volte. Un'altra nascita, un'altra rinascita per me.

Mi chiederete: ma perché hai taciuto così tanto tempo?

Sono tanti i motivi per cui si scrive su un blog. Tantissimi, gli argomenti.
Ma ci sono anche argomenti di cui non si scrive. Per pudore, per paura, perché si ha lo stomaco stretto nelle maglie dell'impotenza.
Ecco, io fatico tanto a fare i conti con l'impotenza della pancia. Fatico a gioire prima che sia tempo. Preferisco tenere tutto dentro, anche se pure questo è un atteggiamento che costa.

Oggi, fortunatamente, non ho più bisogno di tacere.
Stiamo bene, affronteremo il puerperio e ... tutto il resto, tutti questi mesi in continuo cambiamento ed evoluzione. Quando potrò, condividerò i nostri racconti e pensieri e riflessioni.
Nel frattempo ...
Grazie a chi sapeva e mi ha sostenuto senza privarmi del privilegio del silenzio.
Grazie a chi non ha saputo fino ad oggi e non si sentirà privato di un privilegio ma stimato.

a presto, Silvietta

p.s. so di essere una terribbille control freak ma .. ho comunque scritto dei post con cui vi racconto qualcosa degli ultimi mesi e che pubblicherò nelle prossime settimane, pian piano. Spero di riuscire a rispondere a chi vorrà commentare. Nel frattempo, sappiate che cercherò di continuare a leggere nell'attesa di riuscire a raccontarvi questo nuovo qualcosa che sta cambiando...

19.11.10

Storia di un piatto di spinaci. E di una mamma che impara ad accogliere


La prima volta che ho proposto gli spinaci allaPulce, in realtà non volevo neanche proporglieli: erano il mio contorno e avevo dato per scontato che non le piacessero. E' finita che come contorno mi sono pelata due carote, e che LaPulce si è sbafata fino all'ultimo filo verde.

L'episodio si è ripetuto varie volte.
Poi, un giorno, a pranzo, la ragazza ha detto "No!" (sull'utilizzo mio e suo di questa parola produrrò prossimamente un post). Ovviamente si trattava di uno di quei giorni in cui non avevo pronta la ruota di scorta (leggasi proposta alternativa altrettanto sana) e il mio cervello ha mulinato in fretta una serie di commenti e soluzioni mentre il mio cuore vagava tra le emozioni.

Non è bello vedersi rifiutare qualcosa che si è preparato magari con stanchezza ma anche con affetto.
Non è divertente temere che si stia per inaugurare una stagione di bracci di ferro.
Non è facile fare i conti con il conflitto (non dovevamo aspettare i tuoi 14 anni, bimba mia?!).
Non è semplice prendere alla leggera il timore di lasciare la prole "digiuna".

e poi una parte di me tentava di decifrare il segnale: sarà già sazia? non le piaceranno? vorrà fare la bastian contraria? e, quel che è peggio, di ascoltare il grillo parlante della Mamma-educatrice "eh, già, oggi non li vuoi e magari vorresti finire i tuoi giorni a pizza, pane e formaggio, bella mia!"....

Tutto questo in pochi, pochissimi secondi. Poi mi sono ricordata.
Non è sempre facile danzare allo stesso modo, con lo stesso ritmo, non è sempre scontato che quello che faccio io, mamma, piaccia a te, figlia, o che ti sia chiaro perché mi preoccupo (insegnarti che si mangia sempre tutto, che non si spreca, che non si può darla sempre vinta alla gola etc etc etc). Magari non è chiaro neppure per me quante cose si nascondono dentro e sotto quel piatto di spinaci....

Nello stesso tempo, tu sei tu.
Tu sai come stai, che odori senti, se oggi una cosa ti da nausea o meno, se hai sonno o semplicemente se oggi vorresti tanto chiedermi una cosa diversa. E ho accettato di fidarmi.
Abbiamo scostato il piatto, ti sei fatta prendere in braccio e abbiamo navigato a vista.
poi, certo, ho scoperto che avevi mal di pancia (da altri segnali).

Ma quello che dovevo capire l'ho capito in quei dieci secondi in cui ti ho guardata negli occhi e ho dovuto scegliere come comportarmi.
Posso educarti solo se rispetto il limite in cui tu mi chiedi di accogliere la tua persona.
Posso darti del mio ma devo accettare tutto quello che esiste già, di tuo.
Posso solo accettare il rischio di accompagnarti alla vita, non pretendere che tu risponda fedelmente ai miei circuiti e percorsi di pensiero, anche quando si tratta di finire o assaggiare una pietanza che - chissà perché, proprio oggi - ti dà angoscia.

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30.10.10

La Play Therapy dellaPulce

Da quanto ho descritto nei post precedenti, in particolare gli ultimi due, credo sia chiaro come non sia stato facile mantenere la relazione con LaPulce in una quotidianità che per me era fatta soprattutto di malessere, dolore, terapie (che si rivelavano di volta in volta inutili), e di impossibilità a godere della luce estiva e del mondo esterno.

Giorno dopo giorno una parte di me (perché è in questi momenti che mi rendo conto di
quante anime convivano in questo spazio così ristretto) si chiedeva come salvaguardare, ricostruire e riallacciare gli spazi di relazione, gioco e confidenza con questa Pulcetta di 18 mesi (non si tratta della stessa gravità, ma più o meno la domanda che mi ponevo è molto simile a quella pubblicata su MammaImperfetta alcuni giorni fa).

La risposta ovviamente l'ha trovata la stessa Pulce.

A me è rimasta solo la sorpresa di notare come il suo atteggiamento ricalcasse (almeno secondo quanto ricordavo) due articoli che avevo letto su GenitoriCrescono: la Play Therapy e i Bisogni del bambino.

Da un lato, infatti, da parte nostra c'era l'esigenza e la volontà di mantenere intatti per quanto possibili
ritmi, orari e riti (e ovviamente i confini - quella che nell'articolo sui bisogni viene definita disciplina - sulla mia fissa per il rispetto dei ritmi del bambino, proprio per la sua natura di soggetto in continua evoluzione o cambiamento, ci vorrebbe più che un post, direi un blog).
LaPulce, da parte sua, man mano che la situazione si stabilizzava (o cronicizzava, ditelo come volete) ha creato e consolidato un
proprio rituale da svolgere con me, direi in maniera quasi esclusiva.

Tutte le sere, dopo cena (e spesso, nelle giornate più dure, raccoglievo le forze solo per arrivare a questo momento), mi prendeva per mano e mi portava in camera sua.
Lì, sul suo tavolino, appoggiavamo un libro morbido che è il set della vicenda di un piccolo leprotto e della sua vita normale prima di andare a dormire, passando per la preparazione della cena, il mangiare seduti su una seggiolina colorata, il bagno dove lavarsi, asciugarsi e lavarsi i denti e infine la stanza da letto, dove giocare e poi sistemare i giochi, ed infine, andare a letto
coccolati da mamma e papà.

Tutte le sere, per due mesi, fino a quando i sintomi peggiori sono passati e - probabilmente - lei stessa si è finalmente potuta rasserenare.

Tutte le sere. Anche se vedevo a mala pena e magari facevo una fatica pazzesca a trovare le energie per starle affianco un quarto d'ora.

Ma nonostante la scarsa qualità della mia presenza quel "
tutte le sere, anche per poco, ma solo con me" mi ha comunicato tutto il suo bisogno di tenere viva la relazione con me e mi ha fatto ancor più comprendere come davvero ci siano persone e momenti insostituibili.

Brava Pulce, ora devi solo scrivere anche tu un bel libro sulla Play Therapy!

26.10.10

Diagnosi, che? Acanthamoeba. Aaah.

Ho pensato molte volte se avesse o meno senso scrivere questo post.

Soprattutto per rispetto nei confronti delle persone che sono state
molto, molto meno fortunate di me. D'altra parte, in mancanza di spiegazioni (per chi legge più spesso) credo risulti davvero difficile seguire certi miei ragionamenti. E poi, c'è sempre l'aspetto legato al diffondere una certa conoscenza, informare - senza la necessità di allarmare - che credo sia importante.

Quindi, scrivo. Chi sa, chi mi ha già ascoltato circa 100.000 volte si senta esenntato dal proseguire...

Da come si è capito, per quasi due mesi siamo andati avanti di diagnosi in diagnosi, cambiando medicine e posologia ogni tre giorni e rinnovando ogni volta la speranza che i sintomi finalmente scomparissero.
Prima, mi hanno detto che si trattava di epiteliopatia della cornea dovuta all'eccessivo uso del pc o delle lenti a contatto.
Poi, che era una congiuntivite virale.
Poi, che era una congiuntivite da herpes.
Finalmente, che era una cheratite (questo l'ha detto anche la mamma di una cara amica, semplicemente leggendo i sintomi dagli sms della figlia, nonostante abbia tutta un'altra specialità .. ma va bè).

Io stavo male, tanto. Non sopportavo la luce, non riuscivo a tenere gli occhi aperti, avevo sempre male, agli occhi e alla testa.
Sempre. Vedevo a malapena, sempre offuscato, come se vivessi dietro un vetro appannato.

Sono fuggita a Milano, al Fatebenefratelli, e ho goduto di una settimana di miglioramento grazie a delle lenti a contatto curative. Ma non appena sono guarita - apparentemente - e le hanno tolte, ecco la ricaduta, ancora peggiore e più dolorosa di prima.
E questa è stata
la svolta. Il primario, infatti, dott. Scialdone, a questo punto ha messo insieme tutti i pezzi: il tempo, le varie cure fallite, il mio dolore (non smetterò mai di ringraziarlo per aver usato il mio dolore non come "ostacolo", come barriera opposta da una persona "debole" ai tentativi del medico di farla guarire ma come "alleato") e si è voluto "togliere un dubbio", mandandomi di corsa al centro cornea dell'ospedale San Raffaele di Milano - primario dott. Rama (non è uno spot promozionale, ma un semplice rendere a Cesare ciò che è di Cesare..).

E qui, per questa equipe praticamente unica in Italia, era tutto chiaro: un parassita, un'ameba, si era infilato nei miei occhi e puntava a farli suoi. Le conseguenze? possono essere estreme (cecità).

Che cosa mi ha salvato, rispetto alle tante persone che hanno avuto in sorte di incontrarlo ma non sono guarite? Il tempo. Il tempo e l'aver incontrato persone che non l'hanno escluso come possibilità del mio malessere, nonostante la rarità.

Vi racconto quello che ho scoperto di quest'ameba - ma attenzione! NON sono né medico, né biologo, né tanto meno oculista. Se pensate di avere qualche sintomo o vi state allarmando, parlate con un esperto!

Comparsa circa nel 1974,
l'Acanthamoeba è un protozoo che normalmente vive nell'acqua di fiumi, laghi. Può essere presente nelle piscine e nell'acqua del rubinetto (vedi il caso di un'"epidemia" raccontato qui).
Come può avvenire che infetti l'occhio dell'uomo? Se la cornea è danneggiata (quando questa si asciuga e si danneggia per eccessivo uso del pc, o di un video, o per le lenti a contatto - in particolare le morbide - o per un trauma)...
Ha un tempo di incubazione lento, lentissimo, ma purtroppo i "fastidi" legati all'uso delle lenti a contatto sono talmente tanti che spesso si tarda a scoprire la vera causa e a formulare la corretta diagnosi.
I numeri: colpisce nel 98% portatori di lenti a contatto (quindi un 2% di non portatori), circa un portatore di lenti su 14.000, e la proporzione è di 1 a 100 tra portatori di lenti a contatto rigide o semirigide e lenti a contatto morbide.
E' quindi estremamente rara, spesso legata a comportamenti sconsigliati (anche se l'unico atteggiamento sconsigliato di cui posso accusarmi è di essermi lavata la faccia proprio un giorno che portavo le lenti a contatto morbide invece delle altre), come dormire con le lenti a contatto o conservarle o pulirle con l'acqua del rubinetto o portarle troppo a lungo.

Un'aspetto molto importante è la valutazione del dolore del paziente: nel 91% dei casi, infatti, il dolore è ben più acuto che nelle "normali" congiuntiviti. E solo questa può già essere la spia.

In NordItalia (so che c'è un centro a Roma, TorVergata, ma non sono riuscita a saperne di più, si trova tutto su questo blog: http://salute.blog.kataweb.it/2005/09/15/cheratite-da-acantameba/) si cura dal 2008, presso il San Raffaele, dove viene diagnosticata attraverso un prelievo del tessuto corneale e una cura specifica preparata e studiata dall'equipe.
I tempi sono lunghi, perché è necessario prendersi tutto il tempo necessario per liberare l'occhio da ogni ameba, anche da quelle che, sentendosi attaccate, si sono "nascoste" in inoffensive cisti. I tempi sono lunghi anche perché la terapia è dolorosa quasi - e in molti casi di più - della malattia: si tratta di pulire, a fondo, senza possibilità di usare "palliativi".

Questa è la mia "nemica" con cui sto, appunto, ancora lottando (ma
sto, evidentemente, già molto meglio). Ci tengo a sottolineare che non ho scritto questo post per creare nessun tipo di allarmismo nei confronti delle lenti a contatto (i numeri credo parlino abbastanza chiaro: ci sono comportamenti che mettono decisamente più a rischio la nostra vita), ma solo per diffondere informazione.
Una cosa sola, per finire, mi è molto chiara: prima si cura, prima si guarisce e si evitano danni gravi. Visto che l'acanthamoeba si diffonde sempre più con il diffondersi delle lenti a contatto (e allora, magari, i numeri potranno cambiare) credo sia giusto diffondere anche gli "antidoti".

20.10.10

Quando mamma si ammala.

Da principio, quindi, l'inserimento al micro nido, inserimento tutto sommato "tranquillo" o da manuale, pianti compresi e terremoti emotivi della mamma compresi (anche se mammà cercava di allontanarsi il prima possibile e di "fare dell'altro").

Mentre stavamo cercando di adeguarci a questo nuovo ritmo di vita, lentamente, ho iniziato a stare sempre peggio: dapprima bruciori agli occhi, sensazione di sabbiolina, insofferenza per le lenti. Cose già viste, già sentite, sicuramente. A differenza di quanto vissuto prima, la sensazione di non riuscire in nessun modo a sopportare il male (segnale importante, avrei scoperto più tardi), fino all'arrivo di un'improvvisa e sconvolgente fotofobia che mi ha costretta a una corsa in Pronto Soccorso e alla prima di una serie di diagnosi.

Il peggio (al di là del male) è stato sperare di volta in volta di visita in visita che da lì a pochi giorni tutto sarebbe tornato come prima. Per noi e ovviamente, per laPulce, che ha sopportato un terremoto dopo l'altro per quasi due mesi.

Ci sarà tempo - mi insegnano Paola e MammaCattiva- per raccontare l'esatta evoluzione della diagnosi e dare forma al che cosa mi aveva/ha ridotto così.
Per ora, mi prendo uno spazio una riflessione su quanto ho osservato avvenire nellaPulce e nei rapporti con me.

I disturbi hanno completamente cambiato quanto potevo fare o sopportare nel mio quotidiano, condizionando ovviamente la vita delLaPulce e di MrWolf. Prima ancora della mia scarsa presenza, quindi, laPulce ha dovuto affrontare l'improvviso oscuramento della casa e la sparizione vicino a mamma di ogni cosa che potesse farle male perché luminosa.

Fortuna ha voluto che potesse sostituire facilmente la presenza e l'accudimento con la figura di MrWolf, che è sempre stato ma ancor più si è trasformato in un perfetto mammo-papà, ma ovviamente tutto questo non poteva bastare.

Mi è sempre stato chiaro, fin dai primi giorni delLaPulce, di come i primi tre anni di vita del bambino siano condizionati dal fatto che si percepisce non come un essere-a-sé-stante ma come essere-in-relazione, in particolare con la mamma.

L'esperienza mi ha aiutato a ragionare sulle differenze di genere e di ruolo che hanno i genitori: ho riflettuto giorno per giorno su come fosse positivo per laPulce conoscere un papà (e un nonno) in grado di cambiarla, farla giocare, portarla al parco, fare la spesa, coccolarla, prepararle la pappa e farla addormentare. E' stato anche un bel momento per comprendere per quanti aspetti e momenti delle sue necessità quotidiane io non sia, davvero, strettamente indispensabile.

Nello stesso tempo, però, proprio mentre mi ritiravo (sia perché oggettivamente non ce la facevo, sia per dare spazio e onore a MrWolf) non potevo fare a meno di notare che io mancavo. Mancavo non per quello che dovevo fare o non fare. Mancavo come parte di una relazione. Mancavo come riferimento per metà del cosmo di una piccola Pulce in trasformazione.

E questo mi ha colpito.

Ho pensato non solo alle persone che si separano (e questo post non è assolutamente un giudizio sulla loro scelta, ci sono passata da figlia e so perfettamente che in certe situazioni è davvero l'unica cosa possibile) ma anche a chi delega troppo se non tutto a un genitore solo (anche se ovviamente, ma ci tengo a sottolinearlo, anche questo non è un giudizio: si fanno le scelte a partire dalle condizioni in cui ci si trova, spesso è difficile "modificare" le condizioni del proprio lavoro. Comprendo poi benissimo che la nostra - nella "sfortuna" - è stata una soluzione privilegiata, e che tale rimane, anche nella sua unicità).

Ho pensato a quello che probabilmente perdono i bambini ma soprattutto a quello che perdiamo tutti in un paese dove la cultura del lavoro è tale per cui è concepibile che sia solo mamma a stare a casa ad accudire: come donne non possiamo vivere - tranne rari casi (e questo mio non è dovuto alla mia "bravura" ma totalmente alla sorte) - il privilegio di vedere un figlio che ci cerca non perché ci siamo occupate e ci occupiamo dei suoi bisogni primari 24h/24 - 7/7, ma solo ed esclusivamente per la bellezza di stare con noi.

Il privilegio di non essere indispensabili per quello che facciamo ma importanti per quello che siamo, per la nostra bellezza.

8.6.10

Un post un po' patchwork di questo tempo presente

Mi sto perdendo tante cose, in questo periodo: mammacheridere è stata la prima. Poi sabato il momcamp. Chissà se starò dietro agli sviluppi di cui parla Giuliana.
Ne sto vivendo delle altre, indubbiamente, ma mi sento un po'
sulla banchina di una stazione, mentre partono i treni.
Così stasera, senza niente di serio in testa da dire, mi scrollo di dosso un po' di stanchezza e riinizio a battere timidamente su questi tasti.

L'amica L. ha avuto un bimbo da poco e da pochissimo è uscita dal puerperio.
Senza di lei non avrei rivissuto e dato spazio a tante parole che durante il mio puerperio mi erano rimaste a metà tra cuore e mente (sarà stata anche la mancanza di sonno).

E' dedicandomi una sorta di
sguardo interiore che le scrivo e la leggo e leggo Nuvole. Un po' è come se volessi far pace con alcuni aspetti di quei mesi (forse dovrei dire aspettative).

D'altra parte è quello che mi sta accadendo continuando a scrivere "Anno 0- impressioni di una mamma" grazie alla pazienza di Silvia e Serena: scrivere una prima volta - anche se tendo già di mio ad essere riflessiva - aveva un significato - scrivere una seconda volta di parto, allattamento, Tracy Hogg, puerperio, solitudine e rientro al lavoro ne ha ancora un altro. Si tratta di limare, ripensare, riadattare. Sempre cercando di mantenere il rispetto per gli altri.

E nel frattempo, mentre rivivo nella mia mente emozioni di un periodo in cui il tempo era leeeeeeeeennntooooo, la mia vita scorre scorre e corre corre.
Inseguo WMI, cerco di mantenere gli obiettivi, e poi corro nel quotidiano: l'ha descritto benissimo Silviamammaimperfetta qui.

Non è questione di voler fare l'indaffarata, ma laPulce ha eliminato il riposo del mattino, limando in minuti quello pomeridiano (salvo saltuari miracoli) e il lavoro e la concentrazione dedicata ad alcuni progetti erodono le sere. E poi la gestione è ancora tutta "in casa", quindi passa il suo tempo con me o con il suo papà (e due mattine con NonnoNicotina), che la seguiamo al parco a giocare con altri bimbi o in ludoteca (e dobbiamo poi correre per assolvere altre "funzioni" - ma questo è un pensiero che merita più spazio ...).

Ma alla fine, anche se mi sento un
patchwork di sentimenti e sensazioni di sfumature e direzioni diverse, va bene così. E' un periodo che vive di un presente così.
Non tornerei indietro (alla bambina che dove la mettevi stava), come suggerisce ogni tanto qualcuno "oh, com'erano belli, quando sembravano dei bambolotti e non facevano mai capricci" (anzi! non so se si sente il tono,
stavolta tutto tranne che rispettoso).
Nè ho fretta di correre avanti come mi suggerisce qualcun'altro ("ah, ma poi si che te li godi di più, quando sono ancora meno dipendenti da te ...").

Per una volta sto qui, nel mio presente faticoso, in parte solitario, solo in parte operoso. Ci sto avvolta nella mia copertapatchwork fatta dei miei mille pensieri, della mia scarsa concentrazione da buona amplificata
(ho ritrovato ieri sera questo post di Silvia e mi ha scaldato il cuore), delle mie todolist troppo lunghe, di tutta questa strada che mi stanno costringendo a fare.

Sto qui, il dito indice avvolto in una manina che mi costringe a percorrere il mondo a passetti di 30 cm per volta, a fermarmi per inseguire un gatto, ad osservare con attenzione infinita una foglia secca.

27.4.10

un articolo sulla tendenza a non finire le cose

Ho spesso notato, quando mi concentro su un determinato problema, che tutto sembra riportarmi magicamente proprio a quell'argomento.
Pochi giorni fa, sfogliavo distrattamente Internazionale, quando mi è capitato sotto gli occhi l'articolo "Un americano all'aeroporto di Firenze" (Roger Cohen, The New York Times, Stati Uniti).
Estrapolo alcune citazioni:

L'aeroporto di Firenze non sembra essere molto cambiato da quando mio zio Bert Cohen, della sesta divisione corazzata sudafricana, si ritrovò qui nel 1944, dopo aver combattuto in Italia con l'esercito statunitense. La struttura sembra improvvisata, come se molti anni fa qualcuno avesse scaricato da un tir alcuni prefabbricati e li avesse messi insieme a casaccio. Quella provvisorietà si è fossilizzata. Capita spesso in Italia. C'è la tendenza a non finire le cose. Negli Stati Uniti viviamo nella convinzione che la vita sia lineare e ci porti a realizzare degli obiettivi. Gli italiani oziano nella convinzione che la vita sia circolare e gli obiettivi una distrazione illusoria dal piacere.
[...]
Il dinamismo creativo, il pane quotidiano degli Stati Uniti, non appartiene all'Italia. La stasi sensuale sì.
[...]
Forse non è possibile avere allo stesso tempo un cibo così buono e i corridoi telescopici. La vita è un compromesso: l'Italia ha fatto la sua scelta molto tempo fa.

Mi chiedo perché per me è così importante finire le cose, se è un orientamento verso il progresso (sorto dopo alcuni anni di "circolarità"), una ricerca di quel benessere che deriva dalla consapevolezza di essersi liberati di un tarlo ("c'è ancora quello sulla scrivania / nel cesto / sul tavolo ..."), o se invece è una volontà calvinista di non farmi distrarre dal piacere che dovrei contrastare. E se questa volontà è mia o se mi viene dal nervoso vedendo tanti compromessi di "immobilità" attorno a me.

E' che, nel quotidiano, è per me impossibile godere solo della presenza delLaPulce senza attivare anche quella che sto imparando a nominare come "funzione del materno" che significa assumersi la responsabilità dei no, della gestione dei momenti di crisi e delle incombenze che tutti i giorni sorgono come il sole (dalla pappa alle lavatrici).
Allora mi chiedo: sarà vero che si deve privilegiare il piacere rispetto al dovere o il bello del godere della vita è anche quello di lasciar affiorare nuovi desideri e cercare - nella pratica - di realizzarli, per godere poi dei risultati (anche se questo, ovviamente, significa sottomettersi a una "dura" (?!) scaletta quotidiana)?

E se è così, che cosa ci impedisce di ri-costruirci un bel paese?

2.2.10

365 giorni di non lo so

365 giorni fa ero un pallone gonfiato di insofferenza e ansia
365 giorni fa guardavo con timore la flebo dell'ossitocina
365 giorni fa mi vestivano con il camice pre-operatorio "giusto in caso se ..."

poi iniziavo ad accompagnarti alla vita nell'unico modo che ancora conosco:
attaccata a MrWolf
camminando, camminando, camminando
e accettando che il mio cervello (così colmo di informazioni, di libri letti, di sottolineature con l'evidenziatore verde) si alleasse con il mio corpo. Una squadra.

Non sapevo che cosa mi aspettava, non sapevo neanche come avrei reagito: avevo accuratamente evitato di immaginarti, di proiettare su di te chissà quali fantasmi del passato, avevamo accuratamente discusso perfino il tuo nome, e avremmo atteso di osservarti il muso per affibbiartelo definitivamente.

365 giorni dopo

dopo (circa!!!)
1458 poppate
30 giorni (e notti) di ragadi e pianti
154 lavatrici di pannolini lavabili
2394 veli raccatapupù
98 scatole di fazzoletti
21 pentoloni di zuppa MarcaFreezer
.... incontrollabili e innumerevoli risvegli notturni
91 mattinate con NonnoNicotina
4 viaggi-vacanze (mare, montagna, estero e città ... per non contare le gite)
.... km e km in zainetto

e poi ...
parole scritti parole sul blog via mail sul mio diario sul tuo diario
libri letture ancora libri
quintali di fotografie
bernoccoli
km di polvere che gattonando raccogli sui pantaloni
cucchiaini per terra e cucchiaini di pappa in bocca
e mani e versi e "No!" e pianti ...

... non lo so, se sono mamma (che vergogna e che pudore a darsi certe definizioni) però ti guardo sorridermi fiduciosa prima di buttarti curiosa verso il mondo e so che sempre di più sono, se non mamma, almeno un arco (come scrive proprio oggi, qui, Marilde), teso con te a guardare il mondo, ancora una volta, per esplorarlo.
Perchè con te imparo a ri-apprezzarne la bellezza, anche quando sa essere così faticoso e doloroso portare avanti i propri progetti, perchè anche se esistono certi giorni no, esistono anche i giorni in cui tutto quadra, e - come se fosse un gioco - ci buttiamo a capofitto nella vita.

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27.1.10

Significato e leggerezza della parola responsabilità

Sono stati giorni intensi, mi vien da dire settimane anche se so di esagerare.
Dovevo terminare un lavoro e ho scelto di dedicarvi tutto quello che potevo (energie, entusiasmo, tempo e forza), in mezzo alle normali seccature dell'inverno, alle responsabilità della gestione-a-tetris delLaPulce, alla stanchezza quotidiana.

In tutto questo, mi sono resa conto (complice anche
questo post di Caia) di come nella mia gestione del tempo spesso io finisca per sacrificare gli aspetti leggeri della vita.

Indubbiamente essere "tedesca", jeans & birkenstock (ma senza calzino bianco), dedita al pragmatismo e alle cose semplici e ben organizzate a volte funziona - ed è sicuramente un aspetto di me a cui sono affezionata (per esempio, mi funziona andare, viaggiare, sedermi dove mi pare, non aver problemi se LaPulce gattona in biblioteca, se mi sono dimenticata le ciabatte in piscina e neppure se in un negozio manca un camerino).

Però non funziona più se la mia formula-mantra "
se ci metti meno di 30 secondi, fallo subito" (rintracciata in questo libro qui) la faccio valere per il lavoro, laPulce, le cose di casa, le cose di coppia, le letture, i blog, le multe e le bollette .... ma non per me stessa, o meglio, visto che sempre di me si tratta, del mio corpo e di come ci sto dentro.

E si, perché sembra che nella mia giornata non ci sia mai il tempo per quelle piccole ma sane
operazioni di manutenzione quotidiane (probabilmente sono ancora un'adolescente grunge ...).

Non parlo di lunghe e proficue sedute dall'estetista (moi?) ma di quella cura e di quell'amore per il corpo che traspare nello stile di certe signore di una certa età, che non puoi certo paragonare a Sharon Stone, ma in cui ogni gesto, ogni colore e accostamento scelto con calma davanti allo specchio riflette un
sublime amore per la vita (non uso spesso la parola amore, in questo caso, è un omaggio a MammaCattiva e al suo recente, dolcissimo post). Per me, si tratta di collezionare quei 30 secondi per farmi acqua calda e limone di prima mattina, per spalmarmi la crema idratante al mattino e alla sera, magari anche alle mani, passare il burro di karitè sui talloni e, udite udite, farmi amico il filo interdentale (questa è salute, non solo bellezza, ok!). In totale, per ora, non più di 4 minuti e mezzo, 270 secondi di benessere ...

[ovviamente, visto che sono un caso piuttosto disperato, se qualcuno avesse il buon cuore di
propormi altre ricette da 30 secondi per essere un po' più francese e meno tedesca, se proprio aldilà delle Alpi devo andare, è cosa buona e molto gradita! ... suggerimenti cercasi ... ]

Insomma, essere un po'
responsabile anche di questa carcassa che sta attorno al mio cuore e non solo dei progetti messi in fila uno dietro all'altro dalla testa che sulla carcassa vive appoggiata.

Sperando che nessuno inorridisca per questi discorsi così leggeri proprio nel giorno della Memoria, volevo chiudere questo post con un brano da uno dei più bei diari di guerra, il Diario di Etty Hillesum, uno di quei casi in cui la persona e la scrittura riescono in poche pagine a condensare il peso della responsabilità verso l'umano e l'amore per la vita, anche nei suoi aspetti più ... leggeri.

Dio non è responsabile verso di noi, siamo noi a esserlo verso di lui. So quel che ci può ancora succedere. [...] Ma potrà venire un tempo in cui non saprò più niente, e i miei genitori saranno deportati e moriranno miseramente, chissà dove: so che può succedere. Le ultime notizie dicono che tutti gli ebrei saranno deportati dall'Olanda in Polonia, passando per il Drenthe. E secondo la radio inglese, dall'aprile scorso sono morti 700.000 ebrei, in Germania e nei territori occupati. Se rimarremo vivi, queste saranno altrettante ferite che dovremo portarci dentro per sempre. Eppure non riesco a trovare assurda la vita. E Dio non è nemmeno responsabile verso di noi per le assurdità che noi stessi commettiamo: i responsabili siamo noi! Sono già morta mille volte in mille campi di concentramento. So tutto quanto e non mi preoccupo più per le notizie future: in un modo o nell'altro, so già tutto. Eppure trovo questa vita bella e ricca di significato. Ogni minuto.



P.S. Risponendo ai commenti mi sono resa conto di dover citare assolutamente come fonti di questo desiderio di rinnovamento anche Giuliana, con il suo post sulla Ripresa, e TuttoDoppio+1 per la sua serie Evoluzioni.

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