15.12.11

Mi presento: questa sono io. Ed ecco come passare da Greek a (quasi) Geek in 10 mosse

Premessa Come dirò un giorno quando scriverò il post sul rapporto ra storia e karma non credo che le cose accadano per caso. Accadono per caso ma l'evidenza che gli diamo è parte integrante delle nostre evoluzioni e momenti di crescita.
Non è un caso che quest'estate abbia conosciuto (virtualmente) Domitilla e mi sia candidata ad un suo #garagesale (regalava un paio di sandali tacco 10: potevo rinunciare?!?). Ci siamo incontrate (alla fine) al Momcamp. Ma c'è voluto un po', perché, giustamente, non mi riconosceva (tenete conto di questa sua lectio magistralis sull'essere riconoscibili).

E così giorno dopo giorno un po' ho cercato di rispondere alla domanda che da un po' mi facevo: che problema c'è a fare risalire questo blog a chi sono?
A parte non aver voglia di riesumare (troppi) scheletri dall'armadio, un problema c'è, sicuramente: non è detto che io abbia voglia (nel caso in cui un datore di lavoro "googli" il mio nome) di essere subito (ri) conosciuta per le mie avventure familiari (altro post su vita privata / vita pubblica, qui.

E allora? Ecco, molto semplicemente chi sono e
Come passare da Greek a (quasi) Geek in 10 mosse.

1) Io, Francesca Silvia Carosio mi laureo nell'ormai lontano 2000 in Lettere Antiche (vi risparmio la tesi).

2) Messa la tesi in libreria, dò forma al mio percorso lavorativo entrando in varie forme e a vario titolo nel no profit.

3) Per attitudine organizzativa e capacità analitica mi applico alla progettazione sociale.

4) A latere di un primo post lauream, per alcuni mesi mi dedico ad un laboratorio di informatica e grafica, scoprendo che mi diverte molto (e l'esistenza del tasto destro del mouse).

5) Inizio a fare corsi e a lavorare sempre di più in tema di progettazione: sociale, europea, formativa.

6) Il computer diventa il mio migliore amico (anzi, Mozilla e Excel diventano i miei migliori amici).

7) Nasce mia figlia (2009), e io scopro nei blog delle mamme una valvola di sfogo indipensabile per il mio quotidiano.

8) Apro un blog (2009), un account twitter (2010), scrivo il CV su Linkedin (2011).

9) Googlo il mio nome e cognome e scopro che: potrei essere confusa con la mia (quasi) omonima (con cui ho pure in parte condiviso studi e università); c'è mezzo mondo di riferimenti sparsi per il web; ho sparpagliato pezzi della mia identità qua e là.

10) Mi decido: apro un collettore, ci inzacchero tutto e stavolta si, sono proprio io. Passata dall'Ancient Greek ad essere (quasi) Geek in 10 (non rapide) mosse.

Il mio collettore è qui: http://flavors.me/francescasilvia_carosio

26.11.11

un anno di te e di me (e l'istinto materno: c'è o ci fa?)

Tu: che hai fatto un anno, che vaghi per la casa come un trottolino. Tutto contento perché già cammini, già parlotti la tua lingua fatta di ta-ta-ta-ta, già sai farti capire.

Tu: che un anno fa nascevi irruente, fregandotene dei miei tempi (e anche dei tempi dell'esperienza ostetrica). Che dopo due giorni di ospedale eri bello florido e pasciuto mentre io vagavo anemica per i corridoi in cerca di un medico che avesse voglia di dimettermi.


Tu, che me le hai rese tutte "difficili": la varicella, l'intolleranza al lattosio, i mille risvegli e la fame insaziabile sempre, manco dovessi dimostrare di essere grande quanto e come la tua paziente sorella (che ha tanta tanta tanta pazienza più di te per cui non frignare come se ti avessi defraudato di chi sa che diritto).

Sai che c'è? Mi hai reso migliore.


E lo so che non me lo senti dire spesso.

Perché sono genovese inside (e quindi pago la tassa sul mugugno), perché sono analitica (un modo soft di darmi della rompi####), perché è più facile sentirsi dire da me perché stamattina avrei fatto ctrl-Z dei figli piuttosto che quanto li adori o altro ( ...magari è anche pudore dei miei sentimenti, eh, prendiamola bene! ... Però non è solo questo) (o come ha scritto Taomamma "Io, sarà che son di coccio, non ci ho ancora capito una beata mazza.").

E penso a chi mi chiede "e se l'istinto materno non ce l'ho? e se non ce la faccio? e come arrivo a fine inverno, adesso, che mi sta prosciugando? e come metto in moto anche semplicemente i cambiamenti logistici della casa? da dove parto? da dove sono partite tutte? (*)"

Amiche a cui rispondo "se ce l'ho fatta io, ce la fa chiunque".
E non è una posa, ci credo veramente.

Basta dare alle cose il nome giusto.

L'istinto.
Si, mentre vaghi per l'ospedale con il tuo pacchetto appena partorito, c'è dentro di te un bel po' di adrenalina perché (razza animale) stai facendo proseguire la specie. E si, se vuoi lo chiamiamo istinto, a proteggere.

Ma tu sei sempre tu. E anche tu devi proteggerti (e sei stanca, affaticata, hai bisogno di stare sola, della tua musica, del tuo spazio tutto per te ...). E proteggere quella "storia" di vita che avevi scritto fino a quel momento.

E allora occorre tempo. Darsi tempo. Dare tempo.
Senza paura. Con tantissima fiducia (quello che è più tremendo è che la gran parte della fiducia non va data al papà al figlio o a chissà chi, ma a noi). (come mi ha scritto Luccioleelanterne nell'ultimo post)

Noi. Che ce la facciamo.
A superare il dolore fisico.
A ritornare a casa e vedere il nostro nido un po' "diverso". Perché ora c'è "l'altro".
A fargli spazio (nella nostra casa, nel nostro corpo, nel nostro tempo di vita, fino a sentire l'asfissia, ad anelare agli spazi fuori dalla finestra, a rifugiarsi sulla rete..)
A trovare la nostra personale traduzione di che cos'è il materno.

Dopo quest'anno (difficile, in quattro, e non è un caso che arrivo a dirlo a novembre, che è da sempre il mio mese nero - per cui questo blog raggiunge vette di noia e lamento tra il 25 novembre e il 1 dicembre ...) la mia "traduzione" della domanda se ho l'istino materno è diventata la risposta a questa domanda:
cos'è che mi mancherebbe
se mi ritrovassi in un universo parallelo
in cui fossi rimasta senza di loro?
... (a parte il disordine, la stanchezza cronica, le briciole per terra, i pezzi di torta sui capelli, la colata di muco sulla giacca di pelle, le scarpe gettate per terra, il frigo vuoto e il sacco portabiancheria pieno, ....
e
questa sfida costante, quotidiana,
che non ammette pause e
mi guarda in fondo all'anima
... a mettermi in discussione
.

Perché sono in parte uguali a te
ma in parte no,
perché sono nuovi,
e non si può ragionare secondo il "ma si è sempre fatto così",
perché hanno uno sguardo nuovo anche sulle ferite che ti porti dietro da una vita e ti danno quel modo di fare così, quelle risposte così, quei mutismi così...
.. ma poi un figlio/a/i ti imita/no e se riesci a vederli con l'ironia che ci mettono loro e ti costringi a scoprire che anche quella cosa che ti fa soffrire da matti bè con loro diventa ridicola come una barzelletta, allegra come un raggio di sole, fresca come la neve.

E la storia torna ad avere forma.
Però nuova.
E, forse, davvero migliore.

In bocca al lupo e buona strada!

(*) ed è sempre valido il commento di Supermambanana: la maternità è una maratona, non per tutti ha senso scattare ed essere i primi ai primi 100 mt!

28.7.11

da Genitori Crescono : mamma di femmina, mamma di maschio ...

Ecco quello che è stato il mio contrappunto di questo mese...

.”Com’è tranquilla, è che è femmina, vedrai, se avrai un maschio quanta fatica farai a ricorrerlo …”
.. “No, non preoccuparti, le femmine sono sempre iperattive, perché sono più intelligenti dei maschi; vedrai, se avrai un maschio, come sarà tontolone …”
.. “ah, che bello, una figlia femmina, quante cose potete dividere
.. “non puoi capire, com’è speciale il rapporto della mamma con il figlio maschio...”

Se non si fosse capito, ho qualche difficoltà con i commenti altrui … soprattutto quando sono così manichei: il buono da una parte, il brutto dall’altra.
E tu, comunque, non hai mai motivo di sbuffare o essere stanca perché sei la Mamma. Ahhh

E comunque, adesso ci sono tutti e due, la femmina e il maschio.
E sapete che c’è? Sono elettrici tutti e due. Lei corre, salta, parla (come faceva fin da principio) e lui… lui bè, le va dietro. A sei mesi gattonava, a sette ha iniziato a tirarsi in piedi e a lamentarsi con vigore perché non riesce a camminare. (Perchè, come ha scritto genialmente Supermambanana qui, “Nel magico shakeraggio dei cromosomi, i difetti di supermambanana e il mister si sono distribuiti fra la prole con impressionante equità.”)

E io?
Io certo, sono la mamma. E mi sono accorta di questo. Un figlio ti costringe a ripensare tutto di te, compreso il tuo essere donna e femmina. Un figlio, sia femmina o maschio.

Perchè la femmina, cammina come te, si sposta i capelli dalla fronte, sceglie con sua cura e suo gusto i vestiti che indosserà. E poi si “innamora” del papà, che è tuo marito. E quindi ti vuole allontanare … ma poi ti vuole assomigliare ed, infine, è pur sempre la tua cucciola (e ti salta in braccio, per l’ennesima ninnananna). E tu reggi, reggi la corda elastica tra di voi, lasciando che si formi la sua autonomia di donna – e che la formi anche su di te, per uguaglianza o contrapposizione – che si allontani e si avvicini, dandole fiducia. (E al mattino, ti trucchi un po’, ti vesti un po’ meglio, magari metti un tacco).

E poi c’è il maschio, che ti guarda con passione (la passione del primo anno, comunque), anche se, diciamolo ;-) , è chiaro che se ti trucchi ti ama un po’ di più … E poi si arrampica su papà, lo insegue, cerca la lotta. E tra le righe, si insinuano le immagini di un futuro non lontano in cui anche tra loro ci sarà una corda elastica, a segnare lontananza e vicinanza, contrapposizione e somiglianza.

Che fatica!
Accoglierli quando si avvicinano, per assomigliarti, e ingigantiscono i tuoi difetti e le cose che più ti imbarazzano.
Amarli quando si allontanano, per amare il diverso, l’opposto. Per flirtrare e dare forma alla propria identità sessuale.

Certo, femmina e maschio sono diversi. Ma la fatica del “metterli a fuoco”, del calibrare la giusta distanza, dell’accettarli e accoglierli … è uguale, o davvero molto simile.

Alla fine, tu sei sempre l’arco e loro sempre la freccia. Destinata ad andare lontano quanto la tua corda glielo consente … e speriamo di essere capaci a consentirglielo MOLTO!


chiudo i commenti e vi mando direttamente qui!

7.7.11

Giveaway : 2 anni, 2 figli, 2 regali


Ecco, scusate l'assenza ma eravamo in giro (nonostante tutti i miei timori, alla fine siamo sempre gli stessi, nomadi e viaggiatori)...
l'anno scorso mi è passato, tra una malattia e una gravidanza. Quest'anno no.
Giro la boa dei due anni da quando ho iniziato a scrivere questo blog, che mi è uscito dalle dita quasi per caso, senza un progetto, senza una direzione e che tuttora va avanti un po' a casaccio.

Comunque sia. Oggi festeggio.
E organizzo il mio primo giveaway.

Visto che il numero è il 2, il giveaway premierà due lettori.
Visto che non sono capace a usare random,org, farò estrarre il biglietto allaPulce.
I premi sono il libro "sex and the city" e il libro "non fare lo struzzo". a loro modo rappresentativi di qualcosastacambiando.

Per partecipare:
lasciate un commento entro il 31 luglio dicendomi (se volete) se passate spesso di qui e se volete partecipare all'estrazione di S&tC o dello Struzzo o di tutti e due.
L'estrazione avverrà il 1 o 2 agosto e i vincitori verranno comunicati tramite apposito post.

Se volete, potete condividere linkare ecc. l'immagine del giveaway.

Tutto chiaro?
tutto corretto (spero di si...)

Grazie e a presto

24.6.11

Io, Tracy, lo Sciamano e il Pampero

Che Tracy Hogg sia stata una gran lettura l'ho già detto. In sintesi (qui) e approfonditamente (qui): ha rappresentato una bella dose di buon senso, durante il primo anno delLaPulce, uno dei tanti ingredienti utili che ho assorbito per dare manforte al mio stile di maternità.

Mi ha consentito di coniugare lo
stupore (come il libro di Stern) con la razionalità (e le esigenze quotidiane, per cui si adopra la mia funzione materna), le mie esigenze di spazio e tempo con le sue (ora loro) di riti e coccole.

L'ho riletto gli ultimi giorni prima della nascita delPulcino e fin dalle prime settimane mi ha consentito di vedere tutto in positivo. Di avere sempre la marcia in più da innestare (o scalare).

Poi, a un mese e mezzo, ilPulcino si è fatto la varicella. E' stato imbottito di antivirale (bene così, che la varicella poteva essere peggio) e con l'ultima "dose" si è rovesciato come un calzino.


Fine del sonno regolare e innocente, fine della sua allegria, fine dei sorrisi.
Rigurgiti ad ogni pasto, risvegli costanti, giorno e notte. Di notte fino a 30 volte.
Non era reflusso ma, probabilmente, intolleranza al lattosio (ossia anche al latte di mamma) - a cui ho accennato qui. Ha smesso di poppare. Poi ha ripreso. Il latte se n'è andato, poi è tornato (e io mi sono rifatta una montata lattea, con febbre e dolori). Ha smesso di crescere, poi ha ripreso (e quindi, per la sua pediatra, tutto bene) Il Pulcino ha ripreso più o meno (con il mio aiuto) una vita regolare.

Ovviamente, non la notte.

Mi sono lamentata, ho pianto, urlato e barcollato di stanchezza.
Mi sono ripresa, sfogata, data una
scrollata.
Ho portato comunque avanti tutti i progetti. Sono stata sostenuta e sostituita da MrWolf.

Ho provato a pensare a che cosa avrebbe fatto Tracy, a vedere se potevo fare qualcosa in maniera diversa. E mi sono accorta di non poter fare niente più di quello che stavo facendo (intervenire sull'addormentamento, accompagnare...).


A un certo punto, ho pensato: basta, mi arrendo. Ci vuole uno sciamano! Nell'attesa di trovarlo, incontrarlo o che faccia effetto, un bel giorno mi sono detta che ero ben stufa di pensare solo a questo e solo al fatto se stavo davvero facendo tutto bene o male. Mi sentivo sgretolare (per la stanchezza, l'impotenza, il dolore di vederlo stare così male). Per dirla come me la sono detta io, quel giorno, "ho voglia di una sbronza. E di una fuga. E di un Pampero. E di un'amica".
Inserisci link
Non potendomi dedicare all'alcol, per via della tetta, né rifugiare da un'amica, per via della distanza, mi sono costruita un rifugio mentale dentro "Quello che le mamme non dicono".

Leggo
Wonderland da sempre, non volevo solo ridere per le sue battute o per l'ironia con cui descrive le normali situazioni tragicomiche in cui ci si ritrova da mamme.

Volevo accoccolarmi sul divano di una donna che non ha timore di dire al posto tuo
"che palle, però", quando ci si ritrova l'occhio da Panda e non solo farti notare quanto sei forte, o fortunata, o che le cose difficili sono altre. Sticazzi.

Volevo un
abbraccio solidale per quando mi vedo allo specchio e penso "uh Dio, che roba, sembra che io abbia l'età della Stone (e lei, stronza, che abbia la mia!)", e anche una mano ferma che componesse per me il numero del parrucchiere e dell'estetista (che va bene lasciarsi andare, ma perseverare è diabolico).

Volevo
continuare a crescere come mamma (come fa lei, perché non importa quanto sei giovane o vecchia, la maternità a volte ti prende proprio di sorpresa) anche se ero stufa delle mie giornate.

Ho terminato il libro in 24 ore. Mi ha tenuto compagnia finché sono riuscita ad avere il weekend giusto per una tregua (e una passeggiata con l'amica L.) e, subito di seguito, un paio di telefonate con lei. Mi ha tolto la ruga sulla fronte fino a quando loro mi hanno fatto ridere e piangere dagli abbracci.

Perché è giusto accompagnare, essere genitori
patient e confident. ... ma a volte prendersi 15 minuti di libera uscita dal proprio cervello è priceless. Grazie, a tutte le amiche (anche quelle non citate) e a Wonder!

16.6.11

pensare o fare? due righe, il resto è su Genitori Crescono

Non pensare, è il rimprovero più ovvio che sale sulle labbra di chiunque mi osservi per un po’ e tema che dietro i miei impianti razionali si nasconda l’impossibilità di sentire o un’insensibilità emotiva.
Non pensare, è, però, per il mio sentire, uno spazio di scarsa attenzione nei confronti dei miei figli, che non ritengo giusto concedermi.

Pensate che esageri?
il resto.. lo trovate qui (dove potete lasciare i vostri commenti!)

14.6.11

I nostri viaggi con cintura! post per la campagna "se lo ami, legalo"


Mi piace questo periodo dell'anno, fatto di valigie fatte e disfatte, di pic nic improvvisati, di toccate e fuga, di vacanze programmate.
Sono stanca, eh?!, però non è male anche prenderla così, anche se stanchi, anche se con due bimbi piccoli: partire quando si può e sentirsi, malgrado tutto, in vacanza.

E magari passare il viaggio in mezzo a due birbanti con due borse "delle meraviglie" ai propri piedi, una carica di giochi improvvisati e l'altra ripiena di spuntini sfiziosi. E poi parlare e cantare e giocare a cucù e fare smorfie e raccontare fino a quando finisce il viaggio e la voce manca e ho mal di gola.

Tutto, ma la cintura si tiene legata. Se
mpre. Anche quella di mamma.





Questo post partecipa alla campagna organizzata da Flavia Silvia e Serena Maddalena ed Edoardo e Barbara

I blog per la sicurezza





17.3.11

In breve: 52 promesse, 1 nuova rubrica su GC e 35+1anni

In breve, per tanti motivi: stanchezza, un po' di inquietudine per via di quanto sta accadendo in Giappone e per farmi un regalo.

Quest'anno mi sono ripromessa un post a settimana. Non un impegno, una promessa, nel bene e nel male. Perché ogni post è un po' un regalo che faccio a me stessa.

Ma questa settimana prendo festa: è iniziata una nuova rubrica su Genitori Crescono a cui Silvia e Serena mi hanno chiesto di partecipare, un nuovo stimolo a far muovere le rotelline della mente.
Si chiama contr.appunti e il mio primo contributo (sul sentirsi mamma) è qui.

E sono doppiamente felice di prendermi festa (al di là della concomitante festa nazionale - grazie, grazie, grazie;-)) perché è anche il mio compleanno e ora che sono oltre i 35 sento di dovermi più rispetto e cura di prima, anche in quello che prometto a me stessa (della serie: me la canto e me la suono).

Non vi so spiegare esattamente il motivo, è solo una sensazione, ma è come se con i 35 anni si fosse chiusa una stagione (nonostante io abbia sempre la testa di una di 25 anni) e adesso si aprisse un periodo in cui si devono concludere, chiudere tanti progetti - per dare spazio a progetti nuovi e altrettanto significativi per me. (ma questo, merita un post a parte)


Un fertile e faticoso periodo di intermezzo, quindi.

10.3.11

Mamma leonessa e poi ... empowerment 'sta tetta

Io sono una donna molto fortunata. Oddio, con qualche sfiga, però in linea di massima mi piace dirmi questo: io sono una donna fortunata.
Di tutte le cose di cui posso dirmi fortunata, quella più preziosa è aver potuto vivere un parto molto bello sia con la Pulce sia con il Pulcino. La mia cartella clinica, per un totale di 4 litri di sangue persi e un po' di lacerazioni, magari vi potrebbe indurre a dire che sono impazzita, ma voglio raccontarvi perché.

E parto dalla fine.
Stavo lasciando l'ospedale dopo la nascita del Pulcino e mi sono fermata con il capo degli anestesisti. Ha iniziato prendendomi in giro "già, lei è quella che non ci vuole intorno" ma alla mia risposta "guardi che io ho firmato per l'epidurale gratuita per tutte" ha deciso che ero valida per una bella chiacchierata.

La sintesi del nostro colloquio l'ha fatta lui (anche se non ricordo con precisione le parole). Più o meno diceva così:
con il parto non si può partire da dei preconcetti, nè insegnare e gonfiare la testa alle persone che l'unico parto buono è quello assolutamente naturale o quello assolutamente anestesizzato o assolutamente il cesareo.
Tutti, ginecologi, ostetriche, anestesisti, familiari, la donna stessa devono sapere che dopo, fuori da qui, inizierà un periodo duro, molto duro. Allora se - come è stato per lei - non fare l'anestesia è possibile, è fattibile, è anzi un momento creativo, va tutto bene. Altrimenti no. E se ci sono dei rischi, per cui ci stiamo giocando la vita della mamma o del bambino, vanno valutati attentamente e coscientemente da tutti.
Perché dopo il parto (qualunque esso sia, e in qualunque modo sia avvenuto) la donna deve uscire dall'ospedale sentendosi una leonessa, pronta ad affrontare i prossimi mesi. Se invece deve vivere o il dolore o il taglio del cesareo o l'anestesia come una sconfitta, allora tutti siamo sconfitti. Perché non basta che io abbia compiuto il mio dovere togliendo il dolore. Occorre che io lavori perché anche il mio contributo serva a far sentire quella donna al 100% se stessa. Anche se ha scelto l'anestesia, anche se per un'emergenza fa un cesareo.

Ecco, io sono molto fortunata perché per me (dolore a parte, che c'è stato) è stato esattamente così. Nonostante i punti, gli ematomi e l'anemia, io sia quando è nata laPulce sia quando è nato ilPulcino mi sono sentita splendidamente protagonista. Felice di dialogare e di sapere. Di sapere che era necessario darmi l'ossitocina per stimolarmi (con la Pulce) o per chiudere l'emorragia (con ilPulcino), di essere serenamente contenta di quegli attimi di medicalizzazione.
Sapevo dove potevo arrivare e dove no (per tanti motivi, che non potevo controllare nè potevo pretendere di controllare) ed ero contenta di avere attorno a me persone che collaboravano con me perché tutto mi andasse bene. Non mi sentivo invasa dai loro interventi, anzi, grata.

Per questo mi ritengo fortunata e adoro e torno spesso ai pensieri alle valutazioni di empowerment di Flavia. Credo che dica le stesse cose di quel medico.

Credo che ogni volta - e sono tante - in cui una donna esce dall'ospedale ferita per il parto sia una sconfitta per tutti. Perché è comunque un'enorme fatica (fisica, emotiva, psicologica) e se lasciamo che tanta parte della nostra umanità esca dall'attraversamento di una fatica prostrato invece che orgoglioso di quello che ha fatto (perché comunque, si tratta di qualcosa che la donna ha fatto) lasciamo che perda un frammento davvero significativo della sua storia personale che potrebbe essere utile a tutti.

Quello che poi, nella mia storia, funziona meno, è che questa sensazione di protagonismo e la forza della leonessa, svanisce e si sperpera nell'esperienza dell'allattamento.
Ora che lo sto vivendo una seconda volta, sono ancora più consapevole della prima, che non è soltanto l'insieme dei consigli dell'allattamento a richiesta a lasciarmi svanita e sguarnita. E' che in qualche modo, l'approccio all'allattamento non è mai "sappi quello che vuoi" ma "sappi e comportati nella maniera che fa bene al tuo bambino".
E questo è (praticamente) sempre il latte materno.
E quindi i consigli sono tutti rivolti a come far venire il latte come non farlo passare come dormire, atteggiarsi, spostarsi in modo da fare del bene al bambino.

Ma c'è una mamma, una donna, che sostiene quell'allattamento.
E a volte, anche se il latte c'è, anche se va tutto bene, non ci sono dolori, c'è tenerezza e affetto nel gesto, manca - o per lo meno, a me, manca - quel momento in cui questa fatica quotidiana si può chiudere in un passaggio significativo della storia di quella donna , un passaggio che non sia solo la pur importantissima relazione con l'altro. Come se la fatica - che anche nell'esperienza più bella e significativa non manca - non potesse essere altro che sprecata.

Per me, questa mancanza, si è congelata in una battuta infelice che mi hanno fatto nel corso di un'intervista di monitoraggio dei consultori.
"Quando ha finito di allattare la Pulce?"
"A nove mesi"
"O, poverina!"
"Io?!!"
"No, signora, dicevo la bambina ..."
(.. volevo ben dire...)

Ecco, io questa cosa non l'ho capita.
La signora che l'ha detto non sa nulla del rapporto tra me e mia figlia, né i modi e i tempi con cui ho smesso di allattarla, né se da quel momento i miei sentimenti di madre erano più sereni. E allora, perché giudicare poverina mia figlia e non sostenere me e il mio sforzo - prolungato, comunque, per nove mesi?! Perché non chiedermi che cosa mi ero detta di me alla fine dei nove mesi?

Ecco, empowerment 'sta tetta. Io continuo, eh, ad allattare, non assaltatemi. Però faccio fatica (quasi più che nel parto, sì). E mentre con il parto sono stata tanto fortunata da veder corrispondere alla fatica la collaborazione di chi avevo intorno, ora mi sento di dire che non sono altrettanto fortunata.

Forse è solo un modo per dire che non mi piace che si dia per scontato un gesto solo perché è "naturale". E non mi piace pensare che proprio perché lo si da per scontato sia facile sentirsi in colpa quando qualcosa va male o quando, per qual si voglia motivo, una donna deve fare una scelta diversa. Perché si può fare una scelta diversa ed essere comunque se stesse, mamme a tutto tondo. O per lo meno, io la vedo così.

16.1.11

MrWolf scrive per me: "“P.I.S.C.I.ON.E.” – Non è Tracy Hogg, ma quasi…"

Giuro che non è uno scherzo ... MrWolf - che legge il blog, e già è una bella cosa - pochi giorni fa mi ha proposto questo articolo. Che dire? Lascio a voi i commenti ...

Da quando la moglie mi ha proposto la teoria di Tracy Hogg e il suo metodo “E.A.S.Y.”, dall’autrice stessa ritenuto infallibile (evviva l’autostima!) e soprattutto, come l’acronimo lascia intendere, di semplice applicazione, ho pensato che forse potesse rappresentare una buona base di partenza, ma che senz’altro andasse rivisto…

Il metodo che vado a presentare ben si adatta, secondo me, al nostro ultimo assunto, e si riferisce comunque ad un neonato maschio, ma con alcune piccole modifiche può essere adattato anche alle femmine. Anche in questo caso c’è un acronimo che può aiutare a comprendere meglio il modello, e che rappresenta una delle possibili definizioni del neonato: P.I.S.C.I.ON.E.

Partiamo dall’inizio: P di Pannolino. Per un padre rappresenta l’attività a cui è principalmente chiamato, almeno dalle pressioni sociali (“almeno fai cambiare a lui il pannolino…”), e che comporta, oltre l’attività specifica in sé, una non secondaria delicata fase: il “confronto tra piselli”, vissuto nell’ambivalenza per il contrasto tra il desiderio che quello dell’erede non superi il proprio e la speranza di averlo sufficientemente dotato per affrontare il mondo senza imbarazzi…

Si passa poi alla I di Istante, che è quello che può intercorrere al massimo tra il cambio di pannolino e il momento successivo, pena sordità di chi lo cambia.

La S sta per Sbranare, perché più che Eat sembra che voglia proprio sbranare la tetta per colmare una fame atavica… Di nuovo provate a pensare come vive questo momento il padre, ancora una volta nell’ambivalenza tra vedere il proprio figlio affamato e vedere ciò che un tempo era un suo oggetto di desiderio diventare ora oggetto di famelico assalto da parte di un altro.

Subito dopo, a volte quasi in contemporanea a questa fase, viene la fase C di Cacca. Già, perché sembra che le anse dell’intestino siano davvero poche o che si possano comunque percorrere a gran velocità…

Non voglio dilungarmi troppo, passo rapidamente alle fasi successive: dopo aver mangiato, la signora Hogg parla di Activity: io preferisco usare la I di Indagare… Se un padre si avvicina al pupo che è in estasi al termine del pasto, viene osservato con sguardo indagatore, appunto, come a voler dire: “Chi sei? Cosa vuoi? Lasciami godere…”.

Segue la fase Onirica, ON., appunto, in cui sembra sognare un Paradiso fatto di tette anziché di nuvolette.

E, infine, e qui torniamo al modello originale, il tempo per voi… (You)… qui l’iniziale è la E… di Exausted


LinkWithin

Related Posts with Thumbnails