17.3.11

In breve: 52 promesse, 1 nuova rubrica su GC e 35+1anni

In breve, per tanti motivi: stanchezza, un po' di inquietudine per via di quanto sta accadendo in Giappone e per farmi un regalo.

Quest'anno mi sono ripromessa un post a settimana. Non un impegno, una promessa, nel bene e nel male. Perché ogni post è un po' un regalo che faccio a me stessa.

Ma questa settimana prendo festa: è iniziata una nuova rubrica su Genitori Crescono a cui Silvia e Serena mi hanno chiesto di partecipare, un nuovo stimolo a far muovere le rotelline della mente.
Si chiama contr.appunti e il mio primo contributo (sul sentirsi mamma) è qui.

E sono doppiamente felice di prendermi festa (al di là della concomitante festa nazionale - grazie, grazie, grazie;-)) perché è anche il mio compleanno e ora che sono oltre i 35 sento di dovermi più rispetto e cura di prima, anche in quello che prometto a me stessa (della serie: me la canto e me la suono).

Non vi so spiegare esattamente il motivo, è solo una sensazione, ma è come se con i 35 anni si fosse chiusa una stagione (nonostante io abbia sempre la testa di una di 25 anni) e adesso si aprisse un periodo in cui si devono concludere, chiudere tanti progetti - per dare spazio a progetti nuovi e altrettanto significativi per me. (ma questo, merita un post a parte)


Un fertile e faticoso periodo di intermezzo, quindi.

10.3.11

Mamma leonessa e poi ... empowerment 'sta tetta

Io sono una donna molto fortunata. Oddio, con qualche sfiga, però in linea di massima mi piace dirmi questo: io sono una donna fortunata.
Di tutte le cose di cui posso dirmi fortunata, quella più preziosa è aver potuto vivere un parto molto bello sia con la Pulce sia con il Pulcino. La mia cartella clinica, per un totale di 4 litri di sangue persi e un po' di lacerazioni, magari vi potrebbe indurre a dire che sono impazzita, ma voglio raccontarvi perché.

E parto dalla fine.
Stavo lasciando l'ospedale dopo la nascita del Pulcino e mi sono fermata con il capo degli anestesisti. Ha iniziato prendendomi in giro "già, lei è quella che non ci vuole intorno" ma alla mia risposta "guardi che io ho firmato per l'epidurale gratuita per tutte" ha deciso che ero valida per una bella chiacchierata.

La sintesi del nostro colloquio l'ha fatta lui (anche se non ricordo con precisione le parole). Più o meno diceva così:
con il parto non si può partire da dei preconcetti, nè insegnare e gonfiare la testa alle persone che l'unico parto buono è quello assolutamente naturale o quello assolutamente anestesizzato o assolutamente il cesareo.
Tutti, ginecologi, ostetriche, anestesisti, familiari, la donna stessa devono sapere che dopo, fuori da qui, inizierà un periodo duro, molto duro. Allora se - come è stato per lei - non fare l'anestesia è possibile, è fattibile, è anzi un momento creativo, va tutto bene. Altrimenti no. E se ci sono dei rischi, per cui ci stiamo giocando la vita della mamma o del bambino, vanno valutati attentamente e coscientemente da tutti.
Perché dopo il parto (qualunque esso sia, e in qualunque modo sia avvenuto) la donna deve uscire dall'ospedale sentendosi una leonessa, pronta ad affrontare i prossimi mesi. Se invece deve vivere o il dolore o il taglio del cesareo o l'anestesia come una sconfitta, allora tutti siamo sconfitti. Perché non basta che io abbia compiuto il mio dovere togliendo il dolore. Occorre che io lavori perché anche il mio contributo serva a far sentire quella donna al 100% se stessa. Anche se ha scelto l'anestesia, anche se per un'emergenza fa un cesareo.

Ecco, io sono molto fortunata perché per me (dolore a parte, che c'è stato) è stato esattamente così. Nonostante i punti, gli ematomi e l'anemia, io sia quando è nata laPulce sia quando è nato ilPulcino mi sono sentita splendidamente protagonista. Felice di dialogare e di sapere. Di sapere che era necessario darmi l'ossitocina per stimolarmi (con la Pulce) o per chiudere l'emorragia (con ilPulcino), di essere serenamente contenta di quegli attimi di medicalizzazione.
Sapevo dove potevo arrivare e dove no (per tanti motivi, che non potevo controllare nè potevo pretendere di controllare) ed ero contenta di avere attorno a me persone che collaboravano con me perché tutto mi andasse bene. Non mi sentivo invasa dai loro interventi, anzi, grata.

Per questo mi ritengo fortunata e adoro e torno spesso ai pensieri alle valutazioni di empowerment di Flavia. Credo che dica le stesse cose di quel medico.

Credo che ogni volta - e sono tante - in cui una donna esce dall'ospedale ferita per il parto sia una sconfitta per tutti. Perché è comunque un'enorme fatica (fisica, emotiva, psicologica) e se lasciamo che tanta parte della nostra umanità esca dall'attraversamento di una fatica prostrato invece che orgoglioso di quello che ha fatto (perché comunque, si tratta di qualcosa che la donna ha fatto) lasciamo che perda un frammento davvero significativo della sua storia personale che potrebbe essere utile a tutti.

Quello che poi, nella mia storia, funziona meno, è che questa sensazione di protagonismo e la forza della leonessa, svanisce e si sperpera nell'esperienza dell'allattamento.
Ora che lo sto vivendo una seconda volta, sono ancora più consapevole della prima, che non è soltanto l'insieme dei consigli dell'allattamento a richiesta a lasciarmi svanita e sguarnita. E' che in qualche modo, l'approccio all'allattamento non è mai "sappi quello che vuoi" ma "sappi e comportati nella maniera che fa bene al tuo bambino".
E questo è (praticamente) sempre il latte materno.
E quindi i consigli sono tutti rivolti a come far venire il latte come non farlo passare come dormire, atteggiarsi, spostarsi in modo da fare del bene al bambino.

Ma c'è una mamma, una donna, che sostiene quell'allattamento.
E a volte, anche se il latte c'è, anche se va tutto bene, non ci sono dolori, c'è tenerezza e affetto nel gesto, manca - o per lo meno, a me, manca - quel momento in cui questa fatica quotidiana si può chiudere in un passaggio significativo della storia di quella donna , un passaggio che non sia solo la pur importantissima relazione con l'altro. Come se la fatica - che anche nell'esperienza più bella e significativa non manca - non potesse essere altro che sprecata.

Per me, questa mancanza, si è congelata in una battuta infelice che mi hanno fatto nel corso di un'intervista di monitoraggio dei consultori.
"Quando ha finito di allattare la Pulce?"
"A nove mesi"
"O, poverina!"
"Io?!!"
"No, signora, dicevo la bambina ..."
(.. volevo ben dire...)

Ecco, io questa cosa non l'ho capita.
La signora che l'ha detto non sa nulla del rapporto tra me e mia figlia, né i modi e i tempi con cui ho smesso di allattarla, né se da quel momento i miei sentimenti di madre erano più sereni. E allora, perché giudicare poverina mia figlia e non sostenere me e il mio sforzo - prolungato, comunque, per nove mesi?! Perché non chiedermi che cosa mi ero detta di me alla fine dei nove mesi?

Ecco, empowerment 'sta tetta. Io continuo, eh, ad allattare, non assaltatemi. Però faccio fatica (quasi più che nel parto, sì). E mentre con il parto sono stata tanto fortunata da veder corrispondere alla fatica la collaborazione di chi avevo intorno, ora mi sento di dire che non sono altrettanto fortunata.

Forse è solo un modo per dire che non mi piace che si dia per scontato un gesto solo perché è "naturale". E non mi piace pensare che proprio perché lo si da per scontato sia facile sentirsi in colpa quando qualcosa va male o quando, per qual si voglia motivo, una donna deve fare una scelta diversa. Perché si può fare una scelta diversa ed essere comunque se stesse, mamme a tutto tondo. O per lo meno, io la vedo così.

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