2.2.12

Il mio karma (martedì scorso su GC)


Se qualcuno se lo fosse perso (ma soprattutto perché io non me lo dimentichi), ecco quel pensiero sulla storia e sul karma che girava nella mia mente da un po'...
 Ho apprezzato molto l’incipit dell’anno dato alla rubrica dalla Supermambanana: rispetto a certe conversazioni, o letture, un dubbio che è un po’ di tempo che coltivo nella mente è il perché in certi momenti alcune di queste risuonino così tanto nella nostra anima da rimbombare quasi. Cosa ci spinge non soltanto a imbatterci ma a fissarci, a rimanere e perdurare su certi argomenti, a non sfilarci?
Personalmente, ho grande fiducia nella capacità dell’individuo di crescere, da una parte, e nel fatto che giorno dopo giorno, esperienza dopo esperienza, ci sia un “qualcosa” nell’individuo (anima, ghianda, Se, chiamatelo come volete – sappiate però che è il motivo per cui siete le mamme perfette per vostro figlio, proprio così come siete) che compila la propria storia. Una storia che non è scritta prima ma dalla persona stessa e che ne rappresenta il completamento.
Una storia che, come sottolinea Supermambanana, non si esaurisce in poche righe, non può essere spiegata in poche battute.
Ma allora, mi chiedo ogni tanto, se c’è questo percorso “progressivo” (che segue, secondo logica, il criterio dell’evoluzione temporale della nostra vita), com’è che ci sono temi che tornano a farci soffire? o argomenti che credevamo risolti che improvvisamente riprendono ad apparire ad ogni angolo (vi eravate risolti il rientro al lavoro? ed ecco che improvvisamente vi ritrovate a non parlare d’altro, riaprendo ferite del vostro rientro, leggendo in un blog o nell’altro di chi è stato più fortunato o sfortunato di voi, vi trovate incastrata in un caffé tra colleghe in cui sembra non si parli d’altro…)?
Ci sono ovviamente motivi più che validi perché accada tutto ciò: l’attenzione che prestiamo ai segnali del mondo esterno viene “pilotata” dal nostro sentire.
Ma perché certi temi “ritornano”?
La risposta che mi sono data è che attorno al percorso della “storia” si muovono “a spirale” le zone del nostro essere dedicate ai “casini” aperti, semi chiusi o risolti della nostra vita (mi perdoni chi sa con esattezza parlare di karma). Appartengono a sfere, a relazioni, a modalità…
Talvolta, a me capita, che ritornino, per esempio, modalità di reazione, che utilizzavo un tempo rispetto a certi problemi e che credevo di aver risolto: nella forma di una conoscenza “reale” che si comporta in quel modo, nella ribellione di un figlio in cui rivedo uno di quei miei tratti, nella forma di un blog in cui si racconta qualcosa che mi ricorda me stessa come ero “allora”. Che non è neanche mai un “allora” puntuale, ma un allora che ha vissuto a sua volta diversi momenti e allora…
Prima di farmi prendere dallo sconforto di un eterno ritorno dei problemi, immaginare che le cose si muovano secondo la teoria di un karma che ruota attorno alla storia mi ha consentito di guardarle con più distacco (non “ecco, la solita aggressività / paura / inadeguatezza / superbia …” ma “toh, sembrerebbe simile a quell’aggressività là, ma guarda, è un po’ diversa”), una certa oggettività.
Riscoprire un po’ di ironia, nelle cose, negli atteggiamenti, anche nelle prerogative personali che mi fanno imbestialire.
Fidarmi. Che tutto passa e che in qualche modo, comunque, si cresce.
Perché è come se, ritornando, certi problemi, apparissero “sbiaditi” non perché meno importanti ma perché meno violenti, più “caratteri” invece di “problemi”. E a volte ho l’impressione che il ritornare, magari in luoghi a noi tangenti ma non del tutto “interiori” sia un bel modo di dimostrare a noi stessi che un po’ ci siamo evoluti, che pian piano stiamo davvero crescendo, assieme a noi stessi.
Come quando ti spiegano che i “terrible two” sono la prima adolescenza. E poi ci sono i 6 anni. E poi la pre-adolescenza. E poi l’adolescenza vera…. e subito sei colta dal panico. Poi pensi: va bè, ma ogni volta ne ho già fatto un pezzetto, con mio figlio, e so dove sono i grossi momenti in cui soffriamo e su cui vogliamo lavorare per restare vicini.
Allora, incontrare le nostre insicurezze nelle mamme del parco, o rivederci negli sbrocchi altrui, o sentire il fumo alla testa per una discussione tra tettalebane non significa che siamo ancora lì, bloccate dall’esclusione di un club di mamme perfette (o perfettamente stronze), dalle relazioni familiari non funzionanti, dai momenti riusciti o no dell’allattamento o nella scelta tra lavoro e casa, o che la stiamo ri-ri-rimettendo in discussione, ma che – laddove i temi sono complessi, ricchi di agganci con chi siamo e dove andiamo, carichi di pezzi della nostra storia – una decisione, spesso, non basta. Va rinegoziata più volte, soprattutto con noi stesse, senza, magari, poter mai arrivare alla “soluzione” ma facendoci di volta in volta riscoprire pezzi di noi che potremmo perdere (nel buio o nella luce) se decidessimo di giudicare le decisioni (nostre e altrui) solo in maniera manichea.
Grazie al cielo, siamo tutti più ricchi di colori. E abbiamo bisogno di raccontarci non “una storia” ma La nostra storia, con tutte le sue caratteristiche, in maniera approfondita.
E abbiamo tutto il diritto di crescere anche tornando sui nostri errori (persino nel momento in cui ci vengono gettati in faccia dalle critiche altrui o da chi li sta commettendo alla stessa maniera).
Perché in questi incontri “karmatici” siamo noi stesse, chiamate a fare pace con le nostre peculiarità, non a risolvere le decisioni altrui e il loro modo di porsi nel percorso storico di chi ci è di fronte.

se volete commentare, qui li chiudo, vi mando direttamente su Genitori Crescono . La storia e il karma (vita di donna o mamma)

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