25.2.12

cose che amo e cose che odio


Qualche mese fa Valewanda scrisse un post così. Me ne innamorai e mi ripromisi di scriverlo anch'io.

Chissà, forse oggi è il momento: c'è un bel sole primaverile che fa venire voglia di cose nuove.

Amo leggere, sempre, dovunque, perdendo il contatto con la terra.

Amo il caffé (lungo, corto, più spesso nero, qualche volta con lo zucchero, più spesso senza).
Amo il cioccolato, nero nero nero.

Amo parlare, chiacchierare, discutere e scoprire.
Amo ascoltare (e interrompere, e riprendere a parlare).

Amo viaggiare, stipare tutto nel bagaglio a mano e sognare osservando la terra che si allontana dal finestrino.

Amo vagare per i supermercati e nei mercati dei paesi stranieri.
Amo cucinare le torte.
Amo la musica, quella ritmata, da mettere forte per darmi l'energia di far saltare i bambini.

Amo l'agenda: organizzare, pianificare, dare un posto alle cose.

Amo i mille colori del cielo spazzato dal vento e il profilo nitido delle montagne.
Amo la seta, il cashmere, il cotone morbido sulla pelle.
Amo me stessa sui tacchi.

Amo accarezzare le teste dei miei bambini e perdermi nel loro respiro.
Amo il loro sguardo che si perde prima del sonno e abbracciare la loro testa che diventa pesante.
Amo invitare amici a casa e pensare a come accoglierli al meglio.

Odio chi mi taglia la strada e poi mi insulta
Odio chi ti addossa la colpa delle proprie zone d'ombra
Odio l'indifferenza
Odio il "s'è sempre fatto così"
Odio i "non cambierà mai"
Odio la mia difficoltà nell'attraversare le zone di confine (metaforicamente parlando)
Odio l'idiozia, è più forte di me
Odio chi ti fa cadere le cose dall'alto, chi ruba le idee, chi invade
Odio la violenza della mia stessa rabbia, che a volte fuoriesce come lava di un vulcano.

E all'improvviso, sopra le mie emozioni che ribollono, scopro questo dono inaspettato. 

20.2.12

sempre a non dormire

...hai voglia a pensare che te la sei tirata, perché non ti fai problemi a dire che sei orgogliosa di lui, che si addormenta da solo..
...hai voglia a contare che ormai ha 15 mesi e manca poco al momento in cui tutti cambiano e le cose migliorano..
...hai voglia a spronarti a continuare a fare le cose di sempre, quelle che ti fanno bene e quelle che ti fanno costruire le cose che vuoi, a non demordere, a spuntare le liste sull'agenda, a essere costante..
...hai voglia a resistere alla confusione, al mal di testa, alla voglia di rissa che scaturisce dalla stanchezza e a pensare che tutto passa, a perdonarti le inesattezze e gli errori..

stanotte erano le 23.45, poi le 2.30, poi le 4.50, poi le 6.20 (per il biberon) e infine le 7.30.
Dopo una pausa sono ricominciate le notti ballerine delPulcino.

E io mi sento un po' così (scusate amanti del copyright)

Questo post partecipa al
blogstorming

14.2.12

I tre anni dellaPulce e il post che vorrei

Questo blog langue. la mia vita online langue.
Vorrei scrivere di loro e vorrei scrivere di me. Mi manca il tempo e mi manca il fiato, ma già sto sbagliando: tutti abbiamo 24 ore di tempo, tutti respiriamo. Poi si tratta di decidere come impegniamo il nostro tempo e come respiriamo. Che aspettative abbiamo e i tempi interni che diamo alle cose da fare (che poi si scontrano con le cose reali).

Tutto questo per dire che devo affrontare il lutto che a breve laPulce smetterà il pisolino (MrWolf denuncia il fatto da tempo, ma io - anche degli articoli che leggo, tipo questo su GenitoriCrescono - a volte leggo solo la parte che voglio io. E' proprio vero che non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire).

E' nella natura delle cose, è nel tempo che passa.
Sta dentro ai suoi tre anni.
Tre anni, un po' piccola un po' grande.
Un po' che inizia a collocare le cose e gli avvenimenti nella linearità del tempo (ieri, oggi, domani) un po' immersa nell'adesso (adesssssooooooo!).
Un po' (molto) ancora morbida, coccolona, abbracciosa (ora vengo in braccio perché sono piccola).
Un po' grande:
mamma, guarda, io guido da dietro.
mamma, guarda, do io il biscotto a mio fratello.
mamma, ecco, mi sono vestita.


E poi ci sono le cose da capire, le cose che si capiscono. "Ma quindi, adesso è domani? perché prima della nanna mi hai detto che dopo la nanna era domani e facevamo colazione. e ora facciamo colazione, quindi è domani?"

E i capelli tagliati per la prima volta, da me, che ero più dispiaciuta di lei, a vedere quell'ammasso informe, ma ancora tutto lì da quando è nata, trasformarsi in un carrè.

E io inseguo, inseguo questo tempo di cose che cambiano, sempre incerta nei miei equilibri, nella serena accettazione non tanto della tua crescita ma dei miei tempi, che arrancano.

Mentre il post che vorrei scrivere non arranca ma racconta di una persona che sa di essere ancora a metà del viaggio, ma è contenta:
del cammino fatto
dei compagni di viaggio
delle ciocche ai piedi e delle cicatrici
dello zaino, sempre più pieno di colori, ricordi, fotografie ed emozioni.
di questi due nanetti che le camminano accanto, che la stordiscono con i loro cori di mammammammamammamammammama, ma per cui continua a desiderare quel pizzico di energia in più per disegnare o fare una torta.

E soprattutto ha tanta fiducia:
nelle cose che cambieranno ancora,
nei progetti - che tempi o non tempi, nolenti o volenti - prendono corpo, ci chiamano,

nelle potenzialità - nascoste o sepolte. Prima o poi sarò costretta a dar loro voce.

2.2.12

Il mio karma (martedì scorso su GC)


Se qualcuno se lo fosse perso (ma soprattutto perché io non me lo dimentichi), ecco quel pensiero sulla storia e sul karma che girava nella mia mente da un po'...
 Ho apprezzato molto l’incipit dell’anno dato alla rubrica dalla Supermambanana: rispetto a certe conversazioni, o letture, un dubbio che è un po’ di tempo che coltivo nella mente è il perché in certi momenti alcune di queste risuonino così tanto nella nostra anima da rimbombare quasi. Cosa ci spinge non soltanto a imbatterci ma a fissarci, a rimanere e perdurare su certi argomenti, a non sfilarci?
Personalmente, ho grande fiducia nella capacità dell’individuo di crescere, da una parte, e nel fatto che giorno dopo giorno, esperienza dopo esperienza, ci sia un “qualcosa” nell’individuo (anima, ghianda, Se, chiamatelo come volete – sappiate però che è il motivo per cui siete le mamme perfette per vostro figlio, proprio così come siete) che compila la propria storia. Una storia che non è scritta prima ma dalla persona stessa e che ne rappresenta il completamento.
Una storia che, come sottolinea Supermambanana, non si esaurisce in poche righe, non può essere spiegata in poche battute.
Ma allora, mi chiedo ogni tanto, se c’è questo percorso “progressivo” (che segue, secondo logica, il criterio dell’evoluzione temporale della nostra vita), com’è che ci sono temi che tornano a farci soffire? o argomenti che credevamo risolti che improvvisamente riprendono ad apparire ad ogni angolo (vi eravate risolti il rientro al lavoro? ed ecco che improvvisamente vi ritrovate a non parlare d’altro, riaprendo ferite del vostro rientro, leggendo in un blog o nell’altro di chi è stato più fortunato o sfortunato di voi, vi trovate incastrata in un caffé tra colleghe in cui sembra non si parli d’altro…)?
Ci sono ovviamente motivi più che validi perché accada tutto ciò: l’attenzione che prestiamo ai segnali del mondo esterno viene “pilotata” dal nostro sentire.
Ma perché certi temi “ritornano”?
La risposta che mi sono data è che attorno al percorso della “storia” si muovono “a spirale” le zone del nostro essere dedicate ai “casini” aperti, semi chiusi o risolti della nostra vita (mi perdoni chi sa con esattezza parlare di karma). Appartengono a sfere, a relazioni, a modalità…
Talvolta, a me capita, che ritornino, per esempio, modalità di reazione, che utilizzavo un tempo rispetto a certi problemi e che credevo di aver risolto: nella forma di una conoscenza “reale” che si comporta in quel modo, nella ribellione di un figlio in cui rivedo uno di quei miei tratti, nella forma di un blog in cui si racconta qualcosa che mi ricorda me stessa come ero “allora”. Che non è neanche mai un “allora” puntuale, ma un allora che ha vissuto a sua volta diversi momenti e allora…
Prima di farmi prendere dallo sconforto di un eterno ritorno dei problemi, immaginare che le cose si muovano secondo la teoria di un karma che ruota attorno alla storia mi ha consentito di guardarle con più distacco (non “ecco, la solita aggressività / paura / inadeguatezza / superbia …” ma “toh, sembrerebbe simile a quell’aggressività là, ma guarda, è un po’ diversa”), una certa oggettività.
Riscoprire un po’ di ironia, nelle cose, negli atteggiamenti, anche nelle prerogative personali che mi fanno imbestialire.
Fidarmi. Che tutto passa e che in qualche modo, comunque, si cresce.
Perché è come se, ritornando, certi problemi, apparissero “sbiaditi” non perché meno importanti ma perché meno violenti, più “caratteri” invece di “problemi”. E a volte ho l’impressione che il ritornare, magari in luoghi a noi tangenti ma non del tutto “interiori” sia un bel modo di dimostrare a noi stessi che un po’ ci siamo evoluti, che pian piano stiamo davvero crescendo, assieme a noi stessi.
Come quando ti spiegano che i “terrible two” sono la prima adolescenza. E poi ci sono i 6 anni. E poi la pre-adolescenza. E poi l’adolescenza vera…. e subito sei colta dal panico. Poi pensi: va bè, ma ogni volta ne ho già fatto un pezzetto, con mio figlio, e so dove sono i grossi momenti in cui soffriamo e su cui vogliamo lavorare per restare vicini.
Allora, incontrare le nostre insicurezze nelle mamme del parco, o rivederci negli sbrocchi altrui, o sentire il fumo alla testa per una discussione tra tettalebane non significa che siamo ancora lì, bloccate dall’esclusione di un club di mamme perfette (o perfettamente stronze), dalle relazioni familiari non funzionanti, dai momenti riusciti o no dell’allattamento o nella scelta tra lavoro e casa, o che la stiamo ri-ri-rimettendo in discussione, ma che – laddove i temi sono complessi, ricchi di agganci con chi siamo e dove andiamo, carichi di pezzi della nostra storia – una decisione, spesso, non basta. Va rinegoziata più volte, soprattutto con noi stesse, senza, magari, poter mai arrivare alla “soluzione” ma facendoci di volta in volta riscoprire pezzi di noi che potremmo perdere (nel buio o nella luce) se decidessimo di giudicare le decisioni (nostre e altrui) solo in maniera manichea.
Grazie al cielo, siamo tutti più ricchi di colori. E abbiamo bisogno di raccontarci non “una storia” ma La nostra storia, con tutte le sue caratteristiche, in maniera approfondita.
E abbiamo tutto il diritto di crescere anche tornando sui nostri errori (persino nel momento in cui ci vengono gettati in faccia dalle critiche altrui o da chi li sta commettendo alla stessa maniera).
Perché in questi incontri “karmatici” siamo noi stesse, chiamate a fare pace con le nostre peculiarità, non a risolvere le decisioni altrui e il loro modo di porsi nel percorso storico di chi ci è di fronte.

se volete commentare, qui li chiudo, vi mando direttamente su Genitori Crescono . La storia e il karma (vita di donna o mamma)

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