17.8.12

Di lavoro, obiettivi, Italia e pensieri (#generazioneperduta)

Questo post è stato abbozzato tanto tempo fa con uno sfogo. Volendo liberarlo quanto più possibile dai dati personali per farne un discorso generale, la riflessione su cui si basava è semplice.

Quante volte capita di vedere rifare un lavoro perché chi doveva farlo è tanto tutelato da potersi permettere di lasciarlo andare "alla deriva" (per usare un eufemismo)?
Perché accade? Perché la tutela è interpretata come potere (tanto di qui non mi muovi) e l'interesse nei confronti dell'oggetto lavorativo tralasciato.
Perché spesso per voler spaccare il capello in quattro ci si impedisce di tracciare un sereno e condiviso metro di valutazione sull'oggetto (lavorativo, professionale), e si finisce per convogliare il fattore a interpretazioni personali?

Mentre ragionavo su questi aspetti rileggo un vecchio pezzo di Domitilla Ferrari sul lavoro in cui dice con parole diverse un concetto confinante a questo su cui mi sto arrovellando io:
«Ti abbiamo dato un lavoro da fare entro un orario stabilito, se ci metti più tempo del previsto forse non è il compito adatto a te».
Il che significa anche "abbiamo chiara sia l'entità del lavoro che ti affidiamo sia le risorse che ti occorrono per farlo".
Mentre mi chiedevo che cosa significa tutto questo, è stato pubblicato il Manifesto della generazione perduta. Manifesto in cui (sarà pure retorica) si riprendono cinque concetti chiave: Rispetto, Merito, Impegno, Progetto, Fiducia.


Come molti prima di me hanno scritto, credo sia il momento di ribaltare il punto di vista, smettere di credere che l'unica verità assoluta siano le buone vecchie abitudini.
Non ci nascondiamo dietro un dito.
Non è dichiarando "perduta" la generazione che è proprio nell'età più produttiva che possiamo dare la svolta.

E' in atto un momento di crisi globale: ci arrocchiamo o lavoriamo assieme, dandoci assieme degli obiettivi, pensando a tutti, proprio tutti come delle risorse, che hanno diritto al rispetto?

Diamoci poche regole: iniziamo a dedicare energie alla fascia giovane, offrendo microcredito, affitti calmierati, possibilità di mutuo, prestiti d'onore, consulenze (togliendole magari "per legge" a chi è in pensione e ha già una pensione di 3/4 volte la minima... se vogliamo - com'è giusto - mantenere la conoscenza, invece di pagare come formatori di stagisti trentenni che lavorano aggratis questi superconsulenti in pensione perché non proponiamo ai consulenti di fare opera sociale e di offrire il loro emolumento come rimborso mensile degli stagisti?).

Sarà deformazione professionale, ma iniziamo davvero a lavorare per progetti, ossia mettendo le gambe (e i tempi e le scadenze, e conteggiando risorse, soldi, persone) ai sogni. 

Ho conosciuto chi sapeva tracciare strade nel deserto. Forse per questo, credo che tutto questo sia possibile.


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